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Comune di Acquacanina



CLAUDIO MARINANGELI

LA BADIA DI RIO SACRO E LA VALLE DEL FIASTRONE

Acquacanina fra storia e leggenda

I quaderni dell'Appennino Camerte Serie Cinquantesimo

Alla prima maestra comunale di Acquacanina, a zia Elvira che mi ha fatto da madre.
C. M.

AI MIEI VENTICINQUE LETTORI

Queste pagine vogliono essere un omaggio alle genti, agli usi, ai costumi, alle leggende che corrono lungo le due rive del Fiastrone, nella Valle che porta il suo nome: 
ai ridenti paesetti che esso rallegra con la sua grossa voce dal fondo valle, fra gli scoscesi monti dei nostri Sibillini; 
ad Acquacanina, che a mezza costa del M. Ragnolo si adagia pigramente al sole e rivive nella sua millenaria Badia; 
a Fiastra, che si affaccia civettuola sul suo Lago e a San Lorenzo, che si bagna nelle sue acque azzurrine; 
a Fiegni che domina dall'alto la Valle, come un nibbio che spii la sua preda; 
a Bolognola solatia, che si nasconde ai piedi del Castelmanardo e respira a pieni polmoni l'aria balsamica delle cime dei Sibillini, degli azzurri monti, dei misteriosi monti che, dopo secoli, ancora narrano di fate, di streghe, di sibille. 
Se voi siete nativi della Valle del Fiastrone, troverete forse in questo libro un motivo di esserne orgogliosi: è la storia, naturalmente incompleta, della vostra e della mia gente. 
Non siamo nati ieri. I nostri padri da secoli hanno risalito quei monti nel loro duro e quotidiano lavoro e, quando sono stati costretti ad emigrare, hanno portato in ogni dove la loro laboriosità. 
Solo per ricordarvelo ho scritto questo libro. 
Ringrazio quanti mi hanno spronato a prender la penna in mano. Per dovere di riconoscenza debbo un grazie particolare al Prof. Febo Allevi per i suoi preziosi suggerimenti e a Don Antonio Bittarelli che mi ha suggerito l'idea di ricucire ed integrare le note che andavo scrivendo sull'Appennino Camerte.

C. M.

UN PO' DI GEOGRAFIA

Prima di iniziare la storia di uno dei più piccoli comuni della nostra Italia, sperduto sui monti Sibillini, rudi ed alpestri, prima di raccontarne le millenarie vicende religiose e politiche, che la storia di una abbazia benedettina è sempre uno squarcio di storia patria, è necessario inquadrarlo nella sua cornice naturale, nella più ampia zona geografica che lo racchiude. Percorreremo quindi, a volo di uccello, i monti ed il gruppo di montagne sulle quali esso è sperduto sì, ma anche tenacemente, oda secoli, aggrappato.
Le Marche, da tutti i testi di geografia, sono definite la regione dell'Italia Centrale che si stende sugli Appennini fra l'Adriatico, il Marecchia ed il Tronto. E' una regione prevalentemente montuosa ed i suoi monti fanno parte del fascio eteromorfo di corrugamento secondario e terziario, che costituisce l'ossatura dell'Italia adriatico-centrale.
Nella parte N. O. del pentagono, formato dalla nostra regione, si trovano le propaggini meridionali del Sub Appennino feltrio. Più a Sud, fra i corsi del Foglia e dell'Esino, con ramificazioni nel bacino del Metauro, abbiamo il Sub-Appennino urbinate, con il Catria, che svetta la sua cima a m. 1702 s.m. Questa ruga,o gibbo per dirla con Dante procedendo verso Sud, prende il nome di catena camertina e culmina sulle cime del Monte Pennino (metri 1570), del Monte Cavallo (metri 1501) e del Monte Fema (metri 1575).
Ad est si eleva un'altra ruga, interamente posta nella regione marchigiana, che, dal monte più alto, metri 1485, prende il nome di San Vicino. La ruga del San Vicino, per mezzo di una catena, scendente parallella a quella camertina e culminante sulla vetta del Monte Fiegni, si unisce ai Monti Sibillini.
Questa catena, che nel quaternario, fu sede di un fenomeno glaciale, è una delle più importanti dell'Appennino, sia per l'altezza media, sia per quote massime. I Sibillini si presentano come un formidabile ed impervio antemurale, lungo trenta chilometri, eretto da N. a S., dal M. Rotondo (m. 2103) al Vettore (m. 2478), il quale domina ad oriente le sorgive ed alte valli meridionali del Tevere (fiume Nera) e le grandi antichissime vie per Roma (Val di Chienti, Val Nerina, Salaria). Glaciazioni evidenti si ebbero nei Sibillini; valle glaciale delle sorgenti dell'Aso, lago del Pilato (m. 1940), quella dell'Alto Tronto, quella dell'Alto Fiastrone in località Acquasanta. I valichi sono tutti sulla quota dei 2000 m. quali la Forcella del Fargno (m. 1816), Passo Cattivo (m. 1891), Forca Viola (m. 1939) senza contare quello più alto della Pretara (m. 2478). Fra le cime dei Sibillini, oltre quelle citate, dobbiamo enumerare il M. Bove (m. 2179), Monte Sibilla (m. 2213), Monte Priore o Pizzo della Regina (m. 2334), M. Zampa (m. 1793), P. Berro (m. 2259), Cima di Valle Lunga (m. 2224), Pizzo Tre Vescovi (m. 2032), Pizzo di Meta, (m. 1576), Castelmanardo (m. 1919), M. Ragnolo (m. 1558), M. Pietralata (m. 1886). Le porte d'ingresso ai Sibillini sono Bolognola a nord e Montemonaco a sud2.
Non crediamo che questa breve scorribanda geografica, irta di cime ed arida di cifre, sia stata inutile.
Essa ci ha dato lo scenario veramente grandioso e superbo, nel quale si svolgeranno i fatti che andremo a narrare e le stesse aride cifre ci documenteranno sullo sforzo compiuto da un pugno di uomini, animati dalla Fede.
Fra i fiumi marchigiani, se non grandi per lo meno celebri, come il Metauro, l'Esino, il Musone, il Potenza, il Chienti, il Tenna ed il Tronto, tutti o quasi tutti alimentati dai monti sopra descritti, come in seguito vedremo, v'è anche il Fiastrone. Esso nasce sotto il Monte Castelmanardo, a Bolognola, e si getta nel Chienti presso Belforte, formando la Valle del Fiastrone certamente una delle più pittoresche, anche se ancora poco conosciuta.
Lungo questo fiume e lungo il suo affluente il Rio Sacro, si svolge la nostra storia.

I SIBILLINI E LA LORO LEGGENDA

Guido Piovene, parlando della nostra Marca la descrive come solo un innamorato potrebbe fare. (Vedi Introduzione alle Marche in " Tuttitalia " di Sansoni). " Da Visso ho portato uno dei pochi desideri rimasti dal mio Viaggio in Italia, quello di salire, una volta, sui monti Sibillini, i monti azzurri, dietro i quali Leopardi fanciullo sognava, vedendoli da lontano, il )mondo; ancora discretamente selvaggi, ricchi di fioriture vergini, impregnati dalla leggenda popolare del Guerrin Meschino ".
Ignoriamo se il chiaro scrittore sia riuscito a mettere in atto il suo desiderio, salendo da Visso verso le cime dei nostri monti. E' certo invece che il Leopardi si accontentò di ammirare da lontano i picchi dei Sibillini, che egli chiamò " monti azzurri ". Dalla finestra della sua casa natale, nel suo "natio borgo selvaggio ", il gran recanatese ebbe agio di contemplare le montagne che gli recingevano l'orizzonte e, dal monte Tabor, che oggi tutti chiamano " il colle dell'Infinito ", egli meditava a lungo su quella barriera, che ritorna così sovente nei suoi migliori versi. Quanti tramonti ha egli contemplato, come quello che egli descrive nel " Passero solitario "?

... e intanto il guardo
steso nell'aria aprica
mi fere il sol, che tra i lontani monti, 
dopo il giorno sereno, 
cadendo si dilegua...

Nell'Archivio Comunale di Visso sono ancora oggi conservati alcuni autografi di Giacomo Leopardi e fra essi è il manoscritto dell'Idillio "L'Infinito ". Non è forse sintomatica questa casuale conservazione di scritti leopardiani, proprio fra i Sibillini, che forse ispirarono il poeta del dolore?

Ma sedendo e mirando, interminati 
spazi di là da quella e sovrumani 
silenzi e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco 
il cor non si spaura.


E' solo però ne " Le ricordanze " che il poeta di Nerina esprime tutto il suo entusiasmo per i nostri monti azzurri ed eccovi i versi dove egli li consacrò con questo magnifico nome:

... E che pensieri immensi
che dolci sogni m'ispirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri 
che di qua scopro e che varcare un giorno io mi pensava, arcani mondi, arcana felicità fingendo al viver mio!

Noi crediamo che il poeta marchigiano non realizzò il suo sogno, varcando i Sibillini alla ricerca di arcani mondi e di arcana felicità. Pensava forse il Nostro alla misteriosa Sibilla (arcano mondo) ed alla felicità fittizia e leggendaria che essa prometteva?
Quel che è certo è che davanti al mare, che dista da Recanati circa dodici chilometri, dalla città balcone, adagiata su di una serie di colline, dall'alto della torre civica, a 325 metri sul
mare, ricordate?:

D'in su la vetta della torre antica,

si dipanava sotto i suoi occhi uno dei più meravigliosi panorami della Marca:

mirava il ciel sereno
e le vie dorate e gli orti
e quindi il mar da lungi e quindi il monte,

l'Adriatico, il Conero, il Catria, il San Vicino, i nostri Sibillini e veramente aveva ragione quando cantava: il naufragar m'è dolce in questo mare di acque azzurre, mare di verdi colline, di
picchi scoscesi e di azzurri monti.
Dei nostri Sibillini il Piovene ha colto le due principali prerogative: monti selvaggi; dalle fioriture vergini, monti leggendari, dove si apre misterioso e pauroso l'antro della Sibilla, che ad essi ha dato il nome.
La catena dei Sibillini, come abbiamo visto, svetta le sue
cime al disopra dei duemila metri, per una lunghezza di quasi quaranta chilometri e per una larghezza di trenta.
Il Turchi, parlando della nostra valle di Rio Sacro, che si apre appunto ai piedi dei Sibillini, fra i monti Vallefibbia, Cacamillo e Pietralata, la definisce " orrido recesso ". Questa definizione di orrido spetta a tutta la catena: dal Piano Grande, al Vettore, dallo schienale di Vallinfante e di Ussita e Castelmanardo, a Monte Rotondo e giù per la forcella del Fargno, a Pizzo Tre Vescovi, a Monte Priore, al Monte Sibilla, a Monte Porche. Questo monte è chiamato anche " nodo centrale dei Sibillini " ed il suo nome potrebbe essere, secondo alcuni chiari scrittori di cose di casa nostra, una semplice alterazione di Monte Parche, dedicato cioè alle mitiche filatrici della vita umana. E non ci sarebbe nulla di straordinario; fra poco vedremo che i Sibillini hanno una plurimillenaria vocazione al misterioso, al sacro, al demoniaco.
Qui nascono i fiumi marchigiani, come abbiamo già visto. Le sorgenti del Nera scendono dai 2235 metri del Porche verso Vallinfante. E' l'antico Nahr, il fiume che Plinio definiva: Nahr sulphureis aquis, il Nera dalle acque sulfuree. E' il più importante affluente del Tevere. Dice un proverbio umbro: Il Tevere non sarebbe Tevere se la Nera non gli desse da bevere. Ed infatti il Nera con i suoi affluenti - Il Corno, il Sordo, il Salto, il Turano, il Velino - forniscono al Tevere acqua con una portata ordinaria di 78 metri cubi al secondo. Anche Virgilio (Vedi Eneide, VII, 516-517) definisce il Nera con le parole di Plinio:.. . audiit amnis - sulphurea Nar albus aqua: e l'udì l'onda della bianca e solforosa Nera.
A Valle Lunga, a ridosso del M. Sibilla, dovrebbero essere le sorgenti dell'Aso, dai 224 metri della Cima di Vallelunfa, ai 946 metri di Foce. Si dice che l'Aso prenda vita dal Lago del Pilato. Le acque del Tenna scendono da Pizzo Berro, che si erge sui 2259 metri.
L'Ambro invece raccoglie le sue acque a 1792 metri, alla Fonte Angagnola, fra il Pizzo Tre Vescovi ed il M. Priore.
Il Fiastrone nasce fra il M. Rotondo e M. Castelmanardo sui 2103 metri. Il Rio Sacro, suo affluente, riceve le sue acque dalla Fonte di Rio Sacro a 1648 metri e dalla Fonte delle Canapine, sotto il M. Rotondo.
Il baratro del Lago di Pilato, sul M. Vettore a 1940 metri, è veramente di una bellezza paurosa e sconcertante. Non c'è quindi da meravigliarsi se, sino dai tempi più antichi, qui nacquero le leggende intorno a Pilato ed alla Sibilla.
Antoine De La Sale nel suo libro " Il paradiso della Regina Sibilla (Millefiorini, Norcia 1963) racconta che quando " Pilato si accorse di non aver più rimedio alla morte, supplicò che, una volta morto, si mettesse il suo corpo sopra un carro, trainato da due paia di bufali e si lasciasse andare alla ventura, ad arbitrio dei bufali stessi. Ma l'imperatore, volendo sapere dove andasse a finire quel carro, lo fece seguire e venne così a sapere che i bufali arrivarono alla riva del lago e, correndo più celermente possibile, vi si gettarono dentro con il corpo di Pilato1. Nel mezzo è una piccola isoletta di roccia e dalla terra vi si giungeva per un piccolo passaggio coperto d'acqua. L'isola fu poi rotta del tutto per impedire, a quelli che andavano per consacrare i libri di negromanzia, di poterla ritrovare ". A questa iniziazione magica allude il folignate Bernardino Bonavoglia, celebre predicatore del XV secolo, quando scrive: " ad hunc locum (l'isoletta nel lago del Pilato) veniunt homines diabolici de propinquis et remotis partibus et faciunt ibi aras cum tribus circulis et ponentes se, cum oblatione, in tertio circulo, vocant daemones nomine quem volunt, legendo librum consecrandum a diabolo ": A questo luogo vengono uomini diabolici da vicine e remote parti, i quali costruiscono ivi altari in tre circoli concentrici e ponendosi in mezzo al terzo circolo con la loro offerta, invocano per nome il demonio che vogliono, leggendo il libro che sarà consacrato dal diavolo. Quanti di voi, abitanti dei Sibillini non avrete inteso parlare dai vecchi pastori di questi famosi " libri del comando "?
P. Pietro Bersuire, dell'Ordine benedettino, in un suo libro " Reductorium Morale " così racconta la leggenda della Sibilla e del suo lago stregato:
" Ho sentito raccontare da un prelato, assai degno di fede, un esempio terribile avvenuto presso l'italica città di Norcia. Egli asseriva che fra i monti, vicini alla città, è un lago, consacrato dagli antichi al demonio e da esso visibilmente abitato, al quale nessuno può accostarsi, senza essere rapito, a meno di essere un negromante... ad quem nullus hodie, praeter negromanticus, potest accedere, quin a daemonibus rapiatur.
Per questo motivo, continua l'illustre benedettino, ai confini del lago, furono alzate delle mura, tenendovi a guardia dei custodi, onde non permettere ai negromanti di avvicinarsi, con i loro libri, sacri ai demoni.
Fatto più orribile è che, ogni anno, quella città (Norcia), per essere salva dalle calamità, paga al diavolo il tributo di un uomo vivo da condurre oltre le mura. Si sente subito quell'uomo essere straziato dai demoni. Così la città, ogni anno, sceglieva un delinquente e lo inviava, come tributo, agli spiriti maligni. " Ma non è solo il padre francese Bersuire a raccontare la leggenda. Lo stesso Burckard narra che ogni anno dagli abitanti di Norcia un uomo è mandato fra quelle mura e viene dilaniato dai demoni, che altrimenti sovvertirebbero, con le tempeste, la città ".
Norcia, certamente a torto, aveva fama di essere un paese dedito alla negromanzia: questa fama le viene dalle leggende sulla Sibilla. Durante il Medio Evo, vari eretici e negromanti, per sfuggire al rogo, si rifugiarono sui monti, dove esercitarono il loro mestiere a danno del popolino ignorante, che, con la sua ingenua e pericolosa credulità, alimentava la borsa di gente senza scrupoli.
Lo stesso Benvenuto Cellini nella sua vita, si fa interprete di questo luogo comune su Norcia, quando narrando di un fantomatico convegno diabolico al Colosseo, scrive che però il luogo più adatto a simili adunate erano senza dubbio le montagne di Norcia (i Sibillini) " dove quei villani norcini sono persone di fede ed hanno qualche pratica di questa cosa ", ovvero di negromanzia.

Ludovico Ariosto, nel suo Orlando Furioso (vedi canto XXXIII st. 4) così scrive:
La sala ch'io dicea nell'altro canto, 
Merlin col libro, o fosse al lago Averno 
o fosse sacro alle nursine grotte, 
fece far dai demoni in una notte.

Anche qui il poeta parla di un libro, adoperato dal Mago Merlino per costruire in una sola notte una sala. Si tratta del famoso libro del comando " lu libru de lu commannu " del quale parla ancora tutta la zona dei nostri monti.
Abbiamo citato più sopra Pierre Bersuire. Su di lui possiamo aggiungere che dal Vescovo di Parigi fu accusato di eresia e fu tenuto, per qualche tempo, in prigione.
La sua testimonianza sulle leggende che correvano sui Sibillini, risale al XIII secolo. Infatti Pierre Bersuire o Bressuire (Petrus Bercorius) nacque nella Vandea, a Saint Pierre du Chemin, verso la fine di quel secolo e morì nel 1362 a Parigi. Così per inciso, diremo che il nostro Petrarca fu suo amico, consigliere ed ammiratore: il suo Reductorium Morale (1335) ed il Repertorium Morale (1340) sono la più vasta enciclopedia del sapere medioevale.
Da quanto sopra è chiaro che le nostre montagne e le loro leggende, sono state e sono ancora un punto misterioso d'incontro. Esse attirarono l'attenzione di un altro poeta, italiano questo, Cecco d'Ascoli, alias Francesco Stabili. Era nato nel 1269 in quel di Ascoli, professò astrologia e medicina in varie
città italiane, da ultimo a Bologna, dove, nel 1324, fu condannato come eretico. Recatosi a Firenze, presso Carlo di Calabria, fu nuovamente in sospetto di eresia e denunciato, per invidia, dal collega medico Dino Del Garbo. Fu arso vivo il 16 settembre 1327. Fu uno spirito bizzarro. Ben presto intorno al suo nome ed alla sua triste fine, nacquero le più disparate ed inverosimili leggende. Il ponte che esisteva sul fiume Castellano ad Ascoli è attribuito alla magia di Cecco, che, con l'aiuto del diavolo, l'avrebbe costruito in una sola notte.
La stessa via consolare Salaria, non sarebbe stata costruita dai Romani, ma, tra lampi e tuoni, fu tracciata in un notte da Cecco, con il libro del Comando. Il popolino ancora canta:
la fece Cecco in una notte, aprenno
tra lampi e tuoni, il libro del Commanno.

Secondo un'altra di queste leggende, il nome del poeta de " L'Acerba " si riallaccia alle sorgenti di Panico, ai piedi del M. Bove a circa 1283 m. di altitudine, alle quali si accede dalla mulattiera di Castelfantellino e di Vallazza. Lo Stabili, con le sue arti magiche, vi avrebbe fatto sparire una sorgente di acqua termale. Il comune di Ussita fece fare delle ricerche su questa sorgente e nel XV secolo vi fece costruire un'edicola dedicata a San Michele Arcangelo per scongiurare i malefici influssi del mago e del demonio.
Ed eccoci finalmente alla Sibilla, la cui leggenda ha interessato le letterature di tre paesi: Italia, Francia, Germania. Il Monte Sibilla, sul quale trovasi la famosa grotta, non è il più alto della catena, ne è però il più celebre. Esso trovasi al centro dei Sibillini e vi si accede da Castel Sant'Angelo, da Visso, da Ussita, da Bolognola, da Montefortino, da Montemonaco. I nostri azzurri monti ripetono quindi la loro denominazione dalla leggendaria Sibilla. Ma quale Sibilla? Già Varrone, ai suoi tempi, fissava a dieci il numero delle Sibille. Cosa intendevano poi i nostri antenati con questo nome? Sibylla dicitur omnis puella cuius pectus numen recepit: Si chiama Sibilla ogni fanciulla ispirata, posseduta dal Nume. E' questa una concezione prettamente popolare, riconoscendo quasi tutte le genti, alla donna, una maggior capacità di soggiacere al possesso di un Dio ed esprimerne la volontà.
Cerchiamo ora di vedere perché al nostro monte fu dato quel nome fatidico. Sulla scorta di studiosi di indubbia fama, diremo che la parola sibilla derivò da Cibele. Questa dal greco Kubele: era una antica divinità adorata dalle popolazioni preelleniche dell'Asia Minore. Nel suo culto prevalsero i caratteri orgiastici.
Esso fu introdotto a Roma verso l'anno 205 a. C., quando la sacra pietra meteoritica, considerata la sua più antica immagine, fu portata da Pergamo a Roma e posta nel tempio della dea, sul Palatino. E' facile capire, come, durante i secoli, la parola K u b e l e si trasformò prima in C i b e l e, poi in S i b e l e finalmente in Sibilla.
Il culto della Gran Madre veniva praticato sui monti e nelle grotte. Sappiamo infatti che essa era venerata nell'antro dell'Ida cretese, situato lungo i fianchi di quella montagna, a più di 1500 metri sul mare ed a circa 900 metri dalla vetta dell'Ida. Nulla di strano quindi se la Cibele Appenninica fu venerata nella grotta, che porta il suo nome e che si apre proprio a circa duemila metri sul mare.
Nulla comunque di storico viene a suffragare la nostra tesi. Forse, già in periodo preromano, la nostra montagna, che si chiamava " Tetrica " fu un luogo di culto per le popolazioni pelasgiche, che si andavano affermando lungo tutto l'arco dei nostri monti1. Sappiamo che in epoca romana, il culto di Cibele era molto introdotto fra la nostra gente. Possiamo anche supporre che la Mater Magna avesse, ai piedi del Monte Tetrica, un suo tempio. Ed infatti il tempio c'era ed i suoi resti sono serviti a costruire la romanica chiesetta di S. Angelo in Montespino, sotto la cui abside maggiore si ammira una cripta, costruita con materiali raccogliticci, provenienti da rovine romane. Il tempio quindi c'era, ignoriamo però se esso fosse dedicato a Cibele.
Sulla montagna, la dea aveva il suo antro, e forse in un primo tempo avrà ospitato anche una sacerdotessa, una sibilla. La leggenda e la tradizione stanno a provare che la grotta fu luogo di culto pagano. Questa è lunga dieci metri, ha un ingresso comunicante con uno stanzone alto 3,70 e largo da due a sei metri. La grotta si apre a quota 2150 e più in basso a quota 2000 si trova la famosa fonte del Guerrin Meschino. La cima del M. Sibilla è formata da una strana collana di gigantesche rocce color rosa. E' la corona della Sibilla, vi diranno i montanari. E qui non possiamo non ricordare che la Grande Madre Cibele era rappresentata, seduta sul trono, fra due leoni, con in testa una corona turrita, proprio come la regina Sibilla si presenta ai suoi visitatori.
Ma senza scomodare la Mater Magna, può anche darsi che la grotta abbia ospitato una vera e propria Sibilla, una sacerdotessa cioè che dava responsi. I popoli antichi le immaginavano presso gli antri delle montagne. Dalla loro bocca emanavano oracoli, che, per la loro laconicità ed incomprensione, erano detti sibillini. Questi oracoli venivano raccolti in volumi e conservati nei templi.
La più famosa delle Sibille è la Cumana, così chiamata dalla sua dimora, a Cuma, presso Pozzuoli. E' la Sibilla che consulta il pio Enea, mettendo piede sul suolo sacro d'Italia. Da lui doveva nascere la stirpe che avrebbe fondato Roma, alla quale i fati avevano deciso di dare imperium sine fine. Ed è tanto certo l'oracolo, che un romano poteva ripetere nei suoi
Fasti:

Gentibus est aliis tellus data limite certo Romanae spatium est Urbis et Orbis idem
(Fasti, II, 683-684)

Ma ecco che ad un tratto, nel sesto secolo, si sparge la voce che la Sibilla Cumana ha abbandonato Cuma. E' andata a rifugiarsi nelle grotte del M. Tetrica, chiamato poi M. Sibilla. Erano epoche quelle in cui la gente credeva a queste migrazioni misteriose! Ed a riprova citeremo due nostri scrittori. Nella sua Gerusalemme Desolata, così scrive Giovanni Battista Lalli:

E' fama che da Cuma ove le prime 
stanze l'illustre poetessa ottenne, 
mentre turba importuna ivi le opprime 
la sua quiete a lei partir convenne. 
Ne le remote e discoscese cime 
del Norsin Monte a riposar sen venne.

Dal curioso vulgo ivi si cela
e raro alti segreti altrui rivela.

Così del resto scrisse anche Andrea da Barberino nel suo celebre Guerrino detto il Meschino (vedi Ediz. Salani 1923 a pag. 355).
Gli oracoli sibillini, come diciamo in altra parte, furono acquistati da Tarquinio, re di Roma, ma non da Cuma gli furono portati, bensì dalla Sibilla Appenninica, dalla nostra montagna.
Essi furono conservati nel tempio di Giove Capitolino, custoditi dai duumviri ed erano consultati in tempo di calamità. Durante l'incendio del tempio, nel'83 a. C., parte furono bruciati e furono ricostruiti a memoria, poi deposti nel tempio di Apollo sul Palatino. Furono consultati da Giuliano l'Apostata, dall'Imperatore Claudio, da Vespasiano, da Narsete. Nel V secolo d. C. furono distrutti da Stilicone. Nel canto XXIV del suo poema " L'Italia liberata dai Goti " il Trissino ci narra della visita del generale bizantino Narsete alla grotta appenninica della Sibilla. Fu infatti a Tagina, sull'Appennino marchigiano che i Goti vennero duramente sconfitti dal famoso generale, perdendo il loro re Totila.
G. A. Magini, valente e meticoloso geografo patavino (1555-1617) nella sua edizione della Geografia di Tolomeo, apparsa per la prima volta in Venezia nel 1596, parlando della città di Norcia così si esprime:
" Unde ibi cacodaemones habitare, vocatosque responsa da" re imparium vulgus putat. Est etiam in Appennino, immane " horribilemque antrum quod Sibyllae caverna vulgo dicitur, de " qua multa fabulosa a mendacibus ac impostoribus recitantur; " quam ob rem cum Nursini frequente olim magorum et male" ficiorum hominem numerum ad haec loca concurrere con" spexissent, speculum Sibyllarum operiri conati sunt ". Ed infatti la grotta appenninica, probabilmente per ordine delle autorità dello Stato Pontificio, fu fatta chiudere e si ritiene che ciò avvenne nella riorganizzazione dello Stato fatta dall'Albornoz nel 1354. Malgrado tutto ciò, il mito della grotta continuò per tutto il medioevo. E forse non è stata solo la curiosità per i riti orgiastici che si tenevano sul monte che spingeva la gente verso la Sibilla, non dobbiamo dimenticare che questa era considerata dai cristiani come una profetessa. Nel Dies irae non canta forse ancora la Chiesa " teste David cum Sibylla "? Comunque, come già detto, ne approfittarono certamente stregoni, sfuggiti al rogo ed eretici sbandati. Fra questi i più celebri, nella nostra zona, furono i Patarini, dediti all'amore libero ed alle funzioni orgiastiche dei riti pagani.
Non possiamo passare sotto silenzio un vero classico sulla nostra Sibilla. Alludiamo al libro di Antoine De La Sale: Le paradis de la reine Sybille, preceduto dal commento del belga Fernand Desonay e da una ricostruzione storica di Domenico Falzetti (Millefiorini, Norcia 1663).
Il Falzetti fa risalire i riti misteriosi ai primi abitatori del nostro Appennino, ovvero a circa 3000 anni a.C., in cui l'uomo dei Monti Sibillini, oltre che cacciatore divenne agricoltore ed il naturalismo e l'animismo erano l'unica sua credenza. Comunque sia, il Monte Sibilla, il Monte Vettore e tutta la catena, avevano le qualità richieste per diventare luoghi misteriosi. Così il Falzetti descrive il Vettore: " Il Monte Vettore ha una doppia figura. Guardato dal Piano Grande sembra un leone, dalle proporzioni gigantesche, in posa di dormiente, osservato da oriente ha l'aspetto più orribilmente sconvolto di tutti i Monti Sibillini. Quivi è il famoso lago dei demoni, in forma di occhiali e le grandiose e maestose rocce a picco e strapiombanti che lo circondano, fanno spettacolo mirabile, suggestivo e ad un tempo pauroso. C'erano dunque le condizioni necessarie per la divinizzazione ".
Il Falzetti si scosta dall'opinione del Desonay e del Rajna, che sostengono la tesi della Mater Magna Cibele, e traendo lo spunto da fonti locali, sostiene che l'oracolo, creato dai pelasgi-sabini, fu chiamato prima oracolo di Nemesi, poi, cambiando nome più volte, si disse: oracolo di Nortia, al tempo degli etruschi; oracolo dell'Appennino o della dei Fortuna nel periodo romano: regno della Regina Sibilla o della Fata Alcina nel medioevo.
Non si può parlare della Sibilla e dei Sibillini senza accennare alla leggenda del cavaliere francese, del cavaliere tedesco e prima di tutto di quella del popolarissimo Guerrin Meschino. Diciamo prima di tutte, in quanto il Desonay, nel suo scritto sulle " Fonti italiane della leggenda del Tannahauser ", dimostra con ottime argomentazioni, che la prima leggenda è quella italiana, ovvero il racconto di Andrea Barberino, anteriore al 1409.
Il cavaliere italiano, sentito parlare del regno delizioso della Regina Sibilla, muore dal desiderio di salire lassù, dove si favellava che non si potesse restare più di un anno, senza correre pericolo di dannarsi. Eccolo quindi, senza indugio, sulla via di Norcia. Passa per Castelluccio, Palazzo Borghese, e giunge al Romitorio di S. Antonio Abate. I monaci cercano di dissuadere il cavaliere dal suo proposito, ma Guerrino non sente ragioni. Deve arrivare alla grotta, per interrogare la Sibilla sui suoi genitori. Ed eccolo davanti all'antro. Viene accolto gentilmente da uno stuolo di belle fanciulle ed introdotto presso la Fata. " Tanta era la sua vaghezza, dice il nostro autore, che ogni corpo humano averia ingannato " ed in seguito: " la fata venne con tutti quelli piaceri e giuochi che funsero possibili a corpo humano per farlo innammorare e quando egli nel letto, ella gli si coricò a lato mostrandole le sue belle, le sue bianche carni, le mamelle pareano proprio che fussero avorio ... ". Ma ogni lusinga è vana presso il nostro cavaliere, che sorretto dalla fede, resiste ai piaceri offertigli e riesce a sfuggire alle grinfie della Fata. Va poi a Roma onde ottenere dal Papa il perdono per aver infranto il divieto di entrare nella grotta. Viene naturalmente perdonato.
Il 18 maggio 1420 fu la volta del cavaliere francese. Seguiamo il De La Sale, il quale ci racconta il fatto per averlo appreso da " testimoni oculari ". Accompagnato da un servo, raggiunse la grotta passando da Montemonaco. Fu accolto amorevolmente dalla regina e dal suo seguito. La Sibilla l'informò sui costumi del luogo. Gli diede un termine, passato il quale non avrebbe potuto più lasciare la grotta. Messer Lionello ed il
suo scudiero rimasero in quel paradiso di delizie per 300 giorni, con i demoni, travestiti da gentilissime donzelle. Preso dallo sconforto, messer Lionello ritorna nel mondo. Anche lui va pellegrino a Roma per cercare il perdono dal pontefice. Ma, per un inganno del suo servo, non viene a conoscenza del perdono papale. Disperato, ritorna nell'antro della Sibilla. Prima di raggiungere la grotta consegna delle lettere ai contadini di Montemonaco, nelle quali narra la sua avventura. Ciò fatto con lo scudiero entrò nell'antro e da allora non si è avuta più notizia e non sono stati più visti. Così il De La Sale. Ed eccoci finalmente alla leggenda tedesca del cavalier Tannhàuser, dalla quale Riccardo Wagner ha tratto l'argomento del dramma lirico che porta appunto il nome del nostro eroe. Il poema wagneriano non segue pedissequamente la leggenda italiana o francese, ma introduce nella trama elementi di un poema germanico, vecchio di tre secoli, cioè la disputa poetica del Warburg. Resta comunque il substrato della leggenda italo-francese. Il Tannhàuser entra anche lui nella grotta, sulla Montagna di Venere e vi dimora un anno. Riesce a sfuggire ai lacci dell'incantatrice e va a Roma a chiedere perdono al Papa, perdono che otterrà solo se il bastone rinverdirà. Il cavaliere si dispera, e ritorna lassù per la sua eterna dannazione. Tre giorni dopo il bastone rinverdisce. Del cavaliere tedesco nessuna traccia.
Quest'ultimo episodio marca alla leggenda italiana, leggenda però che per il restante corrisponde alla versione francese ed alla Venusberg tedesca. Comunque è criticamente provato che la storia italiana del Guerrin Meschino è anteriore di mezzo secolo al poema di Sachsenheim.
Oggi la Sibilla non da più responsi. Nelle lunghe serate invernali da Fiastra, da Acquacanina, da Bolognola, da Montemonaco, a Castelluccio ad Ussita e tutto intorno alla catena dei nostri monti, i vecchi raccontano ai giovani di fate, di cavalieri, di tempeste, di demoni. E' la leggenda alla quale non crede più nessuno e che continua a trasmettersi di padre in figlio.
La fonte della Sibilla, il Lago del Pilato, a malgrado del leggendario e secolare mistero, che grava su di loro, sono meta di escursioni e di turismo e continuano a stillare le loro limpide acque dove si specchia l'azzurro cielo delle nostre azzurre montagne. Dalla grotta non vengono più i responsi. La voce della Sibilla non più ammonisce: " Poscere fata tempus ait - deus ecce deus"! Oggi potremo tradurre: non è più il tempo di chiedere responsi ai Fati e nessun dio parla più nel suo antro, resta solo la vocazione al misterioso.
Questa vocazione al misterioso dei nostri Sibillini è talmente connaturata nella loro configurazione geografica che non si può fare a meno di notarla, di osservarla. Ed è tale la vocazione alla religiosità che un chiaro scrittore di cose nostre, paragona i monti, di cui discorriamo, ad un immenso altare.
"Solenne fantastico altare nelle giornate di schiarita, per chi procede verso la fascia costiera della bassa valle del Misa a quella del Tronto, appare la mole serrata e compatta dei Sibillini: dal secondo e più elevato gradino preliminare della Gola del Fiastrone giù giù lungo i profili delle quote nevose fino al Vettore ed alla falcatura di Arquata, un gruppo di giganti in vigile intima immobile attesa, che osservato da lungi si disegna nelle proporzioni d'un altare imponente, particolarmente nella stagione in cui veste la sua mensa della candida nivea tovaglia lampeggiante ai raggi del sole come trapunta da innumeri gemme. "In nessun punto dell'Appennino Centrale - nota il Lippi-Boncampi - il fascio di catene parallele della Penisola possiede una compattezza ed una maestosità oserei dire alpina come nei Sibillini". Il vivo desiderio dell'ascesa è il risultato della contemplazione dal basso e quindi anche la spiegazione del bisogno di sognare lassù in compagnia di forme diafane, di creature ora sollevate nel mondo del mistero: dai seguaci del culto di Giove a quello di Diana o delle Parche, di Venere o di Cupra, di Cibele o della Sibilla: dai primi discepoli del Santo di Norcia ai lontani pellegrini che traevano commossi alla volta della apparizione lauretana: dai reduci dalla Terra Santa ai primi aderenti alla Regola del Mendicante di Dio (che non per puro caso, pensiamo, ama fermarsi come sembra, ripetutamente nella stessa Norcia, per cui la giuntura benedettino-francescana non ci pare risulti ben limpida e chiara, ignorando questo sottofondo o stratificazione religiosa sibillina, il cui complesso oracolare pagano-ebraico-cristiano dalla più lontana antichità discende fino al secondo Medio Evo, insinuandosi nel pensiero e nelle idee degli ambienti gioachimiti, di Tommaso da Celano e nelle correnti spirituali francescane " (Febo Allevi, Con Dante la Sibilla ed altri, Edizioni Scientifico letterarie, Milano, 1965, pagg. 14 e 15).
Il lettore vorrà scusare questa digressione sui Monti Sibillini, ma noi la riteniamo assolutamente necessaria per introdurci nei luoghi dove arrivarono i seguaci di Benedetto da Norcia, sul finire del primo Millennio dell'era cristiana. Con il Salvatorelli anche noi riteniamo che non per caso San Benedetto è nato a Norcia. Noi pensiamo che la spiritualità, la religiosità dei nostri Monti abbiano influenzato l'animo del giovane patrizio. I suoi figli quindi, scegliendo la nostra zona, possiamo dire che siano ritornati alle origini.
Anche per i nostri Monti, come per Cassino, noi ripetiamo i versi di Dante:

Quel monte a cui Cassino è ne la costa 
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata a mal disposta
e Quel son io che su vi portai prima
lo Nome di Colui che in terra 
addusse la verità che tanto ci sublima.

(Paradiso, XXII)

Ecco Acquacanina

Non è celebre la terra di cui vi parleremo. E' uno dei tanti paesi sconosciuti o ignorati dai più, uno dei tanti castelli che, dall'alto dei picchi appenninici, hanno fatto buona guardia alla civiltà, durante i secoli. Di essa, a malgrado delle sue naturali ed alpestri bellezze, delle quali tutta la regione può andare orgogliosa, non si è mai occupato il nostro turismo. Solo in questi ultimi anni, la Guida d'Italia del Touring Club Italiano, ne parla nel suo bel volume dedicato alle Marche3. E' uno dei più piccoli comuni d'Italia, che nulla ha mai chiesto e nulla ha mai avuto, ma che molto meriterebbe, non fosse altro per la sua Badia, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Perché infatti, anche qui, come in altre parti delle nostre Marche, i monaci di San Benedetto arrivarono, quando tutto era da rifare. Per circa dieci secoli, tutta la sua vita civile e religiosa ha gravitato attorno alla Badia di S. Salvatore di Rio Sacro. Non si può quindi narrare la storia di Acquacanina, minimo, fra i comuni italici, ignorando la sua Badia, né la storia della Badia, ignorando quella, di Acquacanina.
Il viaggiatore che visiterà la nostra zona, abbandonerà la strada statale n. 77 della Valle di Chienti al bivio di Polverina e, passato il Chienti, sullo stretto ponte in cemento armato, ed imboccata la strada provinciale, si inerpicherà per l'erta salita, che dalla Valle del Chienti, lo porterà alla Valle del Fiastrone. Varcato il Poggio di Fiastra4 egli dominerà, con lo sguardo, l'ampia vallata. A mezza costa del M. Ragnolo, fiancheggiata dalla riva sinistra del Fiastrone, scorgerà le case di Acquacanina, arrampicate sul verde declivio, sì da sembrare, per dirla con una immagine manzoniana, un branco di pecore pascenti. Di lassù le dodici frazioni che compongono l'abitato e che distano parecchio una dall'altra, formano un tutto armonioso ed il campanile della Badia di Rio Sacro, sulla riva sinistra del fiume, sembra un solitario pastore, che vegli sul gregge, formato dalle bianche casette.

ACQUACANINA O ACQUACUMINA?

Acquacanina, nome strano, dalla etimologia molto incerta, anche se vogliamo chiamarla, come in alcune vecchie carte, Acqua Cumina. L'Enciclopedia Italiana la ignora semplicemente. Ne parla invece l'Enciclopedia Francese. E, ci si passi la boutade, noi diciamo che i francesi ignorano la geografia! Nel suo " Dictionnaire Historique " Louis Moreri (Amsterdam, 1740) la chiama Acqua Canino e così la definisce: "Acqua - Canino village de l'Etat Ecclesiastique en Italie, dans le Marche d'Ancone, au midi d'Ancone, tirant vers l'Occident. Il en est éloigné environs quinze lieues"5.
Tale nome, almeno nella prima parte, deve certamente la sua origine alle abbondantissime acque, che sono il vanto del piccolo villaggio. Potremmo citare, innanzi tutto il Piastrone, che si snoda per circa quattro chilometri nel suo territorio, poi le sorgenti dei Trocchi, che, limpide e chiacchierine, raggiungono il fiume sotto Vallecanto. Non possiamo dimenticare il Rio, che prenderà poi il nome di Sacro, dalla Badia Benedettina. Né dimenticheremo le cascatelle dell'Acquasanta, in territorio di Bolognola, il torrente del Vallone, il balzo dell'Acqua dal M. Vallefibbia e tante altre. Tutte queste acque sono ora razionalmente sfruttate per la produzione dell'energia elettrica, sia nella grande centrale di Acquacanina, nelle immediate vicinanze della Valle di Rio Sacro, sia nelle centrali di Valcimarra, che usufruiscono delle acque del grande lago artificiale di Fiastra.
Circa la seconda parte che compone il suo nome, siamo ancora sul terreno dell'ipotesi, sia che si tratti di Cumina, secondo gli uni, sia di Canina,_ secondo gli altri. I primi pretendono che il paese derivi questo nome da "cumina", un'erba, essi dicono, di cui un tempo abbondava la zona. Cumina, dal latino cuminum è infatti un'erba annuale, alta dai trenta ai cinquanta centimetri, della famiglia delle ombrellifere, con foglie ripetutamente divise in sottilissime lacinie di color verde pallido. Produce dei frutti color bruno, che vengono usati in medicina e servono alla preparazione del noto liquore Kummel6. Cumina però ha anche un altro significato. Nel basso latino essa è sinonimo di cumma, voce narbonese che sta per condominio. Ed ecco come siamo giunti a questa spiegazione, che, crediamo, venga data per la prima volta. Nella storia di Lotario, re d'Italia ed Imperatore (795-855), scritta nell'anno 991, troviamo testualmente scritto. " ...diede a lui ed ai suoi servi il condominio perpetuo che trovasi a Chambrai, al di là della Mosella... " dove la parola condominio viene detta " cumina ". Per maggiore intelligenza, diamo il testo latino: " Dedit ei sibique servientibus, in perpetuum cumina quae est in Camberes, ultra Mosellam7 ". Secondo questa spiegazione o interpretazione, la parola cumina, aggiunta alla parola Acqua vorrebbe significare: Acque di utilità comune, acque in condominio. E questa potrebbe essere l'etimologia più logica e razionale, se Acqua - Cumina si chiamò il nostro villaggio.
Però non tutti i documenti che parlano di Acquacanina, la nominano Acqua Cumina, anzi sono più numerose le versioni che la chiamano così com'è chiamata ancora oggi giorno. La parola canina potrebbe intendersi come corruzione di cumina.
La tradizione sarebbe però contro questa versione. Lo stesso stemma comunale, costituito da uno scudo sannitico troncato, porta un cane, sorretto da una striscia ed eretto sulle acque e da esso possiamo arguire che i cani c'entrino per qualche cosa. Potremmo anche pensare che così si chiamò per la sua fedeltà (si sa che il cane è fedele per antonomasia) nel fare la guardia alla Valle dell'Alto Fiastrone, oppure per la sua fedeltà alla fede dei Padri e quindi potrebbe significare Acqua Fedele. Nulla d'improbabile, se pensiamo che i domenicani, contrassero il loro nome in " domini canes ": cani del Signore, fedeli del Signore.
Questo richiamo al cane lo ritroviamo in un lodo. arbitrale, riportato da Marino Angelo Severini e conservato negli Archivi della vicina Sanginesio, sotto la data del 24 febbraio 1278. Esso termina testualmente così: " ...queste cose sono state fatte dai probi uomini.., e da D. Carpinello Giberti, un tempo nobile di Castro delle Valli, nell'Agro ginesino, nella Regione del Rio del Cane, tra il Monasterio di Rio Sacro e la chiesa di S. Michele, il giorno 24 febbraio 1278, sedente Papa Nicolò III "8. Il Rio del Cane è evidentemente la nostra Acquacanina: il notaro che ha steso il rogito, precisa dettagliatamente la sua posizione geografica: fra il Monastero di Rio Sacro e la Chiesa di S. Angelo.
Questa Chiesa di San Michele potrebbe infatti essere la parrocchia di Acquacanina, che allora aveva la sua sede nella Cappella Sancti Angeli de Campicino, come viene denominata in altri documenti, che esamineremo in seguito.
Comunque, su questa ultima interpretazione si potrebbero avere dei dubbi molto logici, però la dicitura " monastero di Rio Sacro " taglia corto ad ogni indugio. Perché poi adoperi lo strano vocabolo di Rio del Cane ci sfugge e dobbiamo supporre che quel tratto di fiume, che lambisce il territorio della nostra Acquacanina, fosse così denominato dal volgo. Non vi è quindi nulla di strano se l'esimio notaro ginesino ha riportato tale e quale la dizione popolare, nel suo strumento rogato sette secoli fa; così come si usa ancora fare oggigiorno. Non sarebbe quindi questo il primo caso nel quale nei documenti notarili, vengono indicate località, adoperando i vocaboli in uso nella lingua popolare dell'epoca, nella quale venivano stesi. E non solo nei documenti notarili. Citeremo infatti ciò che abbiamo trovato negli " Annali dei Frati Minori Cappuccini ", dove l'autore, il francese Padre da Mason, parlando della nostra Acquacanina la chiama Castello di Cocanina, adoperando, il nome che le dà ancora oggi il popolino della zona9.
Altre notizie, più recenti, rimontano a circa un secolo fa. Le troviamo nel Dizionario dell'Amati, il quale alla voce Acquacanina, così ne parla: " Comune delle Marche, in provincia di Macerata, circondario di Camerino. Superficie ha 2665. La sua popolazione, secondo l'ultimo censimento (nel 1862) contava 634 abitanti, dei quali 492 presenti e 142 temporaneamente assenti. La sua guardia nazionale (nel 1864) consta di 16 militi, la mobilizzabile è di 3 militi. Territorio montuoso, manca di vie rotabili. In gran parte tenuto a pascoli. Non è sfornito di viti e di gelsi. Prodotti importanti: legna -da ardere, ghiande. I suoi abitanti fanno commercio delle cosiddette saie, la cui tessitura è l'oggetto principale della loro industria. Conta due istituzioni di beneficenza: una è l'opera Marini, fondata nel 1614 per sussidio dotale, l'altra è il Monte Frumentario10".
Il Magrini-Vaccari, invece, così la descrive: " Popolazione, nel censimento del 1901, abitanti 566, attraversata dal Fiume Fiastrone che immette nel Chienti di fronte a Belforte sul Chienti. Vi si scorgono i ruderi di un ampio Castello, che fu già dei Varano, signori di Camerino11".
Abbiamo voluto riportare le notizie di cui sopra, nella scheletrica interezza, per documentare come nessuno, sino ad oggi, sia andato più in là dei dati statistici che ci provano la piccolezza del nostro comune marchigiano. Ma, se il territorio è piccolo, grande è la sua storia religiosa, le cui origni debbono ricercarsi, prima del Mille, in quella gloriosa Abbazia Benedettina, che fu definita dal Turchi: " uno dei più insigni cenobi, splendore della storia monastica ". Ed ecco che per merito di Benedetto da Norcia, il nostro piccolo comune piceno si allinea agli altri celebri centri, che hanno ospitato ed ospitano le gloriose, secolari Badie, che tanto lustro hanno dato alle nostre Marche!

OPPURE AQUALINA?

Sin qui abbiamo visto in alcuni documenti denominare il nostro paesello con due diversi toponimi: Acquacanina e Acquacumina. Ora a questi due vorremmo aggiungere un terzo, sulla scorta di un documento del 985, dal quale, mettendo in ordine cronologico le date, dobbiamo desumere che esso sia stato il primo nome portato dal nostro paese.
Questo documento è tolto da quella miniera benedettina che è il Regesto di Farfa di Gregorio da Catino a cura di I. Giorgi e Ugo Balzani (Biblioteca della soc. Romana di Storia Patria, vol. V). Nel terzo volume di questa opera veramente pregevole, a pag. 95, sotto il documento distinto con il numero 393 troviamo questo antichissimo e " novissimo " nome di Acqualina. Nell'anno 985, al tempo del duca di Spoleto Trasmondo o Trasamondo, nel terzo anno del suo regime, nel mese di dicembre di detto anno, correndo la XIII Indizione, i fratelli Pietro ed Uberto, figli di Rotfredo (nome di origine gotico-longobarda) fanno un cambio, effettuano cioè una permuta di loro beni con altri beni di proprietà del Monastero di Farfa, rappresentato dall'abate Adamo.
Ed eccovi una parte del testo latino, quello che ci riguarda, desunto come detto più sopra, da pag. 95 del Regesto. Tralasciando i preliminari veniamo alla descrizione dei beni permutati; è latino decadente e quindi di facile interpretazione:
" ...idest in fundo pratalia et in Baneta et in Monte Fani et in Aqualine, quae sunt intra territorium camerinum, terras et vineas et silvas per mensuram modiorum ducentorum viginti exscunitrum, cum pomis et arboribus et cum omnibus super se et infra se habentibus, quae sunt a capite usque medium f luvium Flasgra, a pede medium fluvium Clentis ad uno latere terra nostra et de consortibus nostris, ab alio latere terra de singulis hominibus. Pro quibus recepimus, nos suprascripti germani Petrus et Hubertus cum nostris haeredibus, a vobis, Adam Abbas, per consensum suprascriptorum monachorum sancti vestri Monasterii, res juris sancti vestri monasterii. Idest in fundo Antiquo, in fra territorium camerinum terras et vineas et silvas per mensuram modiorum CC adunitas, cum pomis et arboribus suis et omnibus super se vel infra se habentibus, quae sunt a capite terra nostra germanorum a pede usque medium fluvium Salinum ab ambabus partibus terra Berardi tantum ... ".
Come è chiaro dalla nostra premessa i figli di Rotfredo proprietari di terre, vigne ecc. situate nel territorio camerinese, comprese, per maggior chiarezza, fra il fiume Fiastra ed il fiume Chienti, permutano con i monaci di Farfa altre terre, vigne ecc., situate sempre nel camerinese, ma nell'ambito del fiume Salino.
Sin qui l'atto di permuta di circa dieci secoli fa. Ciò che a noi interessa è la ubicazione di alcuni luoghi ed i loro nomi. Nelle terre acquisite dalla Badia Farfense troviamo dei toponimi di nostra conoscenza il fiume Flasgra, il fiume Chienti, poi monte Fano, Baneta e finalmente Aqualine. Mentre nei territori ceduti dai Benedettini troviamo una località: Fundo Antiquo e un fiume: il Salino.
Questo torrente ha le sue sorgenti poco lungi da quelle del Fiastra, nel contado di S. Ginesio, verso Borghetti e Cerreto e prima di gettarsi nel F. Tenna, nei suoi pressi sorgeva e sorge ancora uno stabilimento termale di acque salse.
Che il fiume Flasgra sia il torrente Fiastra nessun dubbio. Esso bagna la valle omonima e scorre quasi parallelo al Chienti. Forse si potrebbe aggiungere che il Fiastra altro non è che il nostro Fiastrone, il quale, per quasi tutto il medio evo, fu chiamato e conosciuto con quel nome, il che semplificherebbe di molto la geografia del nostro testo farfense.
Veniamo ora a Monte Fano. Trattasi forse dello stesso Fano montanaro di cui alla Bolla " Quoties a nobis " di Celestino III, della quale parleremo fra poco? Allo stato dei fatti non sapremo cosa rispondere ed ecco il perché. Non distante -da Fabriano v'è M. Fano che svetta i suoi 890 metri sul mare. Siamo però distanti dai nostri fiumi, a rigor di termini il testo avrebbe dovuto parlare dei fiumi Esino e Potenza e non di Chienti e Fiastra. Anche questo monte deve il suo nome ad un tempio pagano (fanum) consacrato ad Apollo. Nel 1231 vi fu fondato un convento di regola benedettina da S. Silvestro: e tutta la zona è, diremmo così, benedettina: da Valleremita, a S. Silvestro, al convento di Val di Sasso ed alla località detta Aquatine.
Per il Fano montanaro di cui alla Bolla di Papa Celestino, avevamo congetturato trattarsi dell'attuale Montefano che sorge sul pendio dei Torrenti Fiumicello e Monocchia. Però se questa nostra supposizione può essere probabile per la bolla del 1192, non può esserlo nel nostro caso nel quale abbiamo due fiumi fra i quali dovrebbe trovarsi. Ed allora conviene concludere che il documento farfense si riferisce ad un tempio pagano esistente nella zona ben delimitata. Ma quale tempio? Per ora, nulla possiamo dirvi11bis.
Parlando di M. Fano abbiamo citato una località poco distante: Aquatina Il Regesto di Farfa cita parecchi luoghi che portano questo nome. Ne citeremo alcune: Aquatina in plano
Clentis, Aquatina in Furcone, Aquatina in territorio firmano, Aquatina in fundo Banio. Su quest'ultima dobbiamo soffermarci alquanto perchè il documento così la descrive: " ... in insula de Aquatine in fundo Banio et Montem de Oliano, cum portione ecclesie Scti Michaelis usque ad Fluvium Potentiam " ed in fine abbiamo un San Martino in Aquitinis, territorio che nel 998 l'Imperatore Ottone III confermò possedimento del Monastero Farfense. Secondo noi, in fundo Banio e Baneta significano la stessa cosa.
Per Baneta il Du Cange cita parecchi sinonimi. Bagerna, Baerna, Baderna e così la definisce: " Caldaria in qua sal conficitur " e cita questo testo, tolto dalla Charta Reginaldis, comitis Burgundiae del 1037 (vedi Duchen. in Historia Vergiac, pag. 77): " ...dedit comes apud Salinum villam aream unam cum calderia, quae alio nomine bagerna vocatur, ut ibi fieret sal ". Ed ecco che i documenti ci riportano al nostro fiume Salino all'affluente di sinistra del Tenna. Il Salino, attraversando sedimenti miocenici salati, porta con sé una notevole percentuale di cloruro di sodio. Quindi nella baneta, nella bagerna o nella baignoire (vasca da bagno) come dice il Du Cange, si facevano bagni salati con le acque del fiume. Se questo è il significato della nostra Baneta (traslato di terme o di bagni) dobbiamo supporre che nei luoghi ceduti dai due fratelli ai monaci vi fossero delle sorgenti salso-iodiche, poi dimenticate o scomparse.
Ed eccoci al toponimo più interessante per la nostra storia: Aqualina. Torniamo quindi alle nostre supposizioni.
Aquale o aqualis, nel latino del basso medioevo, periodo quale storicamente ci stiamo muovendo, equivale a canale ed anche rivo. In un documento risalente al Re Giacomo d'Aragona è detto testualmente: " Insuper vobis dono omnes pasturales, aquas et aquales, boscos etc... ". Ma non crediamo che sia aqualis l'etimo della nostra Acquacanina.
Sempre nel latino popolare dell'epoca troviamo una parola che potrebbe essere quella che cerchiamo: trattasi di Aquemolina, ovvero di mola aquaria, ovvero di un molino.
Nel 908 in una charta del Tabul. Cass. leggiamo: " ... silvis ripis, ripinis, aquis, Aquemolinis, seu decursibus vel usibus aquarum... ". Questa parola viene letta Aquamolina da Janus Lauremberg nel supplemento Antiquariis e, citando la glossa greco-latina, corregge: Aquemulina.
Intanto diciamo subito che Aquemola si definisce così nel Du Cange: moletrina cuius moles vi aquarum versantur: molino le cui mole girano con la forza delle acque. Questa contrazione di Aquemolina possiamo seguirla in altri documenti.
Anastasio nelle sue Vite dei Pontifici (Muratori R. I. S., tomo III, pag. 188) così scrive: " ...cum massis fundis, casalibus vineis, olivetis, aque molis... ".
Negli annali benedettini (tomo 4°, pag. 706) troviamo scritto: " ...castrum Longonis cum omnibus pertinentiis supraddictis et cunctis aquemolis ".
E di nuovo il Muratori (tomo II, parte II) cita una bolla di Stefano IV dell'817, nella quale oltre ai rivi, ai prati, alle acque si cedono al Monastero di Farfa tutte le Aquemolas. E con ciò ci sembra assodato il significato di questa parola: Aquamola, Aquamolina, da qui ad Aquilina il passo è breve, in questo caso Aqualina dovrebbe avere, come le altre, il significato di molino. Come poi Aquamolina, Aqualina diano diventate Acquacanina è uno dei misteri della nostra lingua, organismo vivente che in bocca al popolo prende, lascia, cambia vocali e consonanti, conservando sempre o quasi sempre l'essenziale.
Vedremo in seguito che nella storia della nostra Badia di Rio Sacro c'è un molino ed anche un celebre molino, essendo stato conteso fra monaci e popolazione: è il molino del Fiastrone sotto la chiesa di San Michele. Forse è questa l'interpretazione più vicina alla verità. Comunque nel 985 in un documento con data certa, nel territorio di Camerino, fra il Fiastrone ed il Chienti, abbiamo una Aqualina che dovrebbe essere la nostra Acquacanina.

ITINERARIO PICENO

Dopo le notizie, puramente geografiche, etimologiche e statistiche, e prima di iniziarne la storia propriamente detta, ci sembra giusto far seguire la descrizione del nostro paesetto. Trattasi infatti, di un itinerario fra i più pittoreschi della nostra pur bella Italia.
Chi non ha visto il sorgere del sole dagli Altipiani di Acquacanina e di Bolognola, chi non ha visto i tramonti, sfumare lentamente dietro le colline moreniche di Fiastra, chi non ha visto e non ha mai percorso le alpestri gole della valle di Rio Sacro, non potrà rendersi conto di questo nostro entusiasmo per una delle più belle plaghe del nostro Appennino Centrale. Possiamo assicurarvi che le altre località famose sono solo più celebri, ma non sono superiori alla nostra magnifica Valle e questo perché Dio ha profuso ovunque le sue bellezze e perché ogni zona ha in sé alcunché di proprio, di caratteristico, diremmo di personale, perché ogni angolo, di questa nostra magnifica Italia è una rivelazione.
Fra le casette di Acquacanina, al centro della Valle del Fiastrone, sembra quasi di poter toccare con mano le montagne. Tanto esse sono vicine e questa loro vicinanza è come un miraggio, per chi vi scende la prima volta.
Piccolo, strano villaggio con le sue casette a uno o due piani, disseminate qua e là a gruppetti, distanti gli uni dagli altri e legati insieme, quasi tutti, dalla strada provinciale, che si snoda fra di loro per circa due chilometri, ora rientrando, ora sporgendo, seguendo i promontori del M. Ragnolo sul quale sono costruiti. Esso sembra sorto dalla volontà di un seminatore distratto, il quale abbia gettato, a caso, la sua semente di pietre.
Il primo contatto con Acquacanina si ha, non appena finito il gomito, che fa la strada, al ponte di Vescia, frazione dal nome altisonante ed antico, come in seguito vedremo. E' questa una frazione, la prima delle undici in cui è suddiviso il Comune, frazione che si stende su di un dolce pendio, sin quasi a lambire i bordi del Fiastrone con la sua appendice di Piedivescia. Le sue casette, nascoste fra gli alberi, sembrano disabitate, tanto è solenne il silenzio. A cento metri appena, per la strada detta dei Mori, così chiamano i gelsi, siamo nella frazione centrale: Piedicolle. Siamo nel cuore del paese: qui è la casa comunale, e l'Ufficio Postale. Vicino alle vecchie costruzioni secolari, sorgono nuove abitazioni. Fra di esse, sulla piccola piazza, di fronte alla fontana, si svolge la vita pubblica di Acquacanina
La strada prosegue stretta fra le case di Piedicolle e costeggiando la montagna, s'insinua nel vallone. E' questa una vallata, a mo' d'imbuto, nel cui stretto fondo scorre un fosso, che convoglia le acque dei due spioventi, verso il Fiastrone. La strada, protetta da una ,staccionata in cemento armato, seguendo le anfrattuosità del Monte, va a formare un gomito, là dove un ponte riunisce le due sponde del Vallone o del Fossato come viene comunemente chiamato. Qui, su di un angusto piazzale, proprio al vertice dell'angolo formato dai due opposti monti s'erge, incastonata nel verde, una bianca chiesetta: è il Santuario della Madonna del Vallone.
E' difficile stabilire l'anno della sua erezione. "Dal libro di Entrata e di Esito della Chiesa di Santa Maria del Vallone " esistente nell'archivio parrocchiale, possiamo dedurre che essa cominciò a funzionare nel 1747. Il campanile della chiesa non s'eleva, com'è tradizione, a fianco o vicino alla stessa, ma ne dista circa un centinaio di metri ed è posto nella frazione di Campicino e porta, scolpita su di un mattone, la data della sua costruzione, 1731. La ragione, per la quale il campanile fu costruito così lontano dalla sua chiesa, va ricercata in un fattore acustico. Se il campanile stesse vicino alla chiesa, la voce delle sue campane non potrebbe farsi sentire in tutto il paese. Era quindi necessario costruirlo, dov'è ora, sul promontorio di Campicino. Esso deve essere comunque contemporaneo della chiesa, la quale quindi ha poco più di due secoli di vita. Essa era ed è ancora di giuspatronato comunale ed era retta a cappellania. Era amministrata da deputati, eletti da tutta la comunità, così come oggi è gestita dal Comune. Dal libro di Entrata e di esito, sopra citato, risulta che nel 1747 ne era amministratore Salvatore Toseroni, certamente di famiglia camerinese. Don Lorenzo Marinangeli ne fu cappellano dal 1752 al 1764, mentre il di lui padre Antonio ne era amministratore eletto, unitamente a Marco Carcassi. Allo scoppio della rivoluzione francese, nel 1789, l'amministratore della chiesetta del Vallone, sul libro di " Entrata e di Esito " ha scritto, vicino alla data 1789, le seguenti parole: " Anno rivoluzionario " quasi a riprova della enorme impressione che suscitarono nel mondo gli avvenimenti di Francia. L'annotazione è veramente impressionante, e straordinaria. Essa trovasi a capo della pagina per il resto, ostinatamente bianca, come se l'emozione dello storico evento avesse mozzato il respiro all'anonimo compilatore e gli avesse impedito di scriversi alcunché. Sembra quasi che, dalla bianca pagina, stiano per sgorgare gli squilli marziali della Marsigliese o quelli del " Ca ira ", per nulla intimoriti di trovarsi sul sagrato di una piccola chiesetta di montagna.
Un portale romanico, ci immette nell'unica navata, quasi infossata nel monte. Nell'abside, un altare di legno, dalle colonne barocche intrecciate di grappoli d'uva e di spighe di grano. Sull'altare, una magnifica tavola, rappresentante la Madonna con il Bambino, dipinto che deve risalire al '500. Ai due lati dell'altare maggiore vi erano due quadri, ora trasportati nella cantoria di legno che sorge in fondo alla chiesa. Le due tele rappresentano: una il transito di S. Giuseppe, l'altra una Madonna con Sant'Anna ed il Bambino Gesù. Lungo le pareti laterali, altri sei altari, anch'essi di legno e dello stesso stile barocco. Quattro di essi hanno delle discrete tele, dai colori ancor freschi e dai personaggi ben modellati: una Madonna Addolorata con i Santi Venanzio ed Ansovino, patroni di Camerino ed un angelo che sostiene la città di Camerino, il cui stemma è inciso sulle basi delle due colonne lignee dell'altare. Poi una magnifica deposizione dalla Croce, una sacra Famiglia ed una Madonna del Rosario. Una tradizione orale, tutt'ora corrente nella famiglia Bucci, che, un tempo, esercitò dispoticamente il giuspatronato sulla chiesa, vorrebbe che alcuni antiquari romani offrissero, per la tela della Deposizione, una cifra rilevante, impegnandosi, in pari tempo, a farne fare una copia da rimettere sull'altare, al posto dell'originale.
La chiesetta ebbe alterne vicende. Fu anche messa all'incanto e stava per diventare un deposito di legname e di carbone, sennonché fu riscattata dalla comunità e riprese la sua funzione di bianca oasi sul verde saliente dei boschi, che la dominano. Recentemente, a cura della Amministrazione Comunale, è stata restaurata e dobbiamo all'estro del pittore imolese Dal Re, quattro pitture murali, nell'abside della chiesa, rappresentanti: l'Annunciazione, lo Sposalizio di Maria, la Natività di Gesù, la Crocifissione. Vicino a tante aberrazioni dell'arte sacra moderna, il Dal Re sembra invece ricollegarsi alla scuola classica e se ritornerà effettivamente a terminare la sua opera, buttata giù in pochi giorni, la chiesa del Vallone vanterà l'opera di un pittore moderno che ha saputo rifarsi, nei suoi affreschi, al nostro migliore passato artistico. La chiesetta del Vallone, per chi scrive queste note suscita nel cuore un'ondata di ricordi.
1916-1917! anni di passione, anni di guerra. Avevamo appena dieci anni, e sentivamo non solo l'orgoglio di essere italiani, ma trepidavamo per i nostri soldati al fronte. Un paesello, come Acquacanina, di appena 359 anime, ha dato alla patria un contributo di sangue veramente notevole.
Tutti gli uomini, i richiamati di tutte le classi, dai vecchi ai giovanissimi, erano passati, la vigilia della loro partenza, a casa nostra, per salutare la maestra, la quale aveva per tutti una parola buona di conforto e di incoraggiamento. Il dolore di una famiglia era il dolore di tutto il paese, una morte un lutto per tutti. In paese restavamo solo noi ragazzi e le donne. Le donne, quelle sì che è doveroso ricordarle! Sapevano indossare i pantaloni dei loro mariti e via in montagna a seminare ad arare. La sera, poi, come per una tacita intesa, si riunivano nella chiesetta del Vallone a pregare insieme per i loro cari lontani.
Ricordo ancora la voce di Ernesta Giannini, il cui marito Vincenzo combatteva sul Col di Lana, intonare la preghiera composta dal Papa: " Sgomenti dagli orrori di una guerra che travolge popoli e nazioni... " e sovente la preghiera finiva in un singhiozzo. Ricordo con ammirazione e commozione la zia Elvira. Si diceva in paese: se la maestra non è in casa, è nella chiesa del Vallone, dove andava a cercare conforto alla sua volontaria solitudine. Ricordo i maggi odorosi di ginestre e di narcisi, narcisi che coglievamo sul Ragnolo. Il monte Ragnolo a primavera è tutto un prato fiorito. Il fieno reciso ed appena seccato al sole, ha un profumo intenso. I prati ne sono pieni.
Durante il mese di aprile, per le Rogazioni di primavera, partiva da Acquacanina una lunga processione a cavallo. In testa l'abate di Rio Sacro, in cotta e stola, sul suo mulo bardato a festa e dietro a lui tutti i buoni villici su asini, muli, cavalli. Si partiva così per benedire le messi, allora in fiore, per portare la benedizione del Signore ai campi, bagnati dal sudore dell'uomo, ai pascoli, necessari alle sue bestie. Giunta sull'altopiano, la processione si scioglieva e si trasformava in una lieta scampagnata. Le famiglie accozzavano il pentolino e sull'erba odorosa si consumavano le provviste, che ognuno aveva portato con sé. Nel pomeriggio, prima che il sole tramontasse, si ritornava soddisfatti in paese.
Per la festa del Corpus Domini il Ragnolo forniva il serpillo odoroso, con il quale si preparava l'infiorata, sia lungo le strade, dove doveva passare la processione, sia sul pavimento della chiesa del Vallone, dove la processione sostava. E fra le ragazze del paese (Aurelia, Assuntina...) si intrecciavano gare per la più brava in questo genere di decorazioni. Ginestre, serpillo, narcisi, petali di tutti i fiori dei campi entravano in lizza e v'era chi, con disegni tracciati in fretta, aiutava una sola parte a vincere!
Davanti alla chiesa, un tiglio secolare vicino al ponte, ora scomparso con la nuova strada. Poi questa prosegue incassata nella roccia fino all'altra frazione di Campicino. Dalla strada provinciale le casette si allineano sul torrente Vallone, lungo il promontorio, che degrada verso il fiume per sentieri mulattieri, sassosi e quasi impraticabili. Sulla punta estrema del promontorio, a cavaliere della valle, un'altra chiesetta è dedicata a San Michele Arcangelo, e che i villici chiamano la chiesa di Sant'Angelo. Di stile romanico, essa risale certamente a prima del Mille. Nel 1192 essa era in pieno splendore. Di essa infatti parla la bolla "Quoties a nobis" di Celestino III, della quale ci occuperemo prossimamente.
Abbiamo già visto che di essa parla il lodo arbitrale del 1278, conservato negli archivi della vicina S. Ginesio. Fu per parecchi secoli la chiesa parrocchiale di Acquacanina, che ancora oggi celebra la sua festa patronale il giorno 8 maggio, solennità dell'Arcangelo Michele.
La chiesetta ha tre ingressi. Uno sul sagrato, uno laterale " in cornu epistolae ", l'altro " in cornu evangeli ". Quest'ultimo è murato, sicché dall'interno non si vede più. Esso doveva immettere nel presbiterio che, secondo l'antica tradizione, sorgeva a fianco della chiesa. Aveva le sue rendite ed i suoi possedimenti. Sulle pareti interne si ammirano ancora avanzi di antichi affreschi. Uno di essi rappresentava un magnifico martirio di S. Sebastiano, l'unico che ha resistito alle ingiurie del tempo ed all'incuria degli uomini. Diciamo rappresentava, in quanto recentemente, grazie all'interessamento dell'abbate di Rio Sacro, Don Francesco Francesconi, l'affresco è stato staccato, restaurato dal prof. Armando Torrini, e collocato nell'abbazia di S. Maria di Meriggio.
Ci piace qui riportare quanto scriveva Don Antonio Bittarelli, nel dare notizia dell'avvenuto restauro e della. traslazione dell'affresco: "questo S. Sebastiano (m. 2x0,70) si trovava fino a qualche mese fa nella diruta chiesetta di S. Michele Arcangelo, in una frazione di Acquacanina... Si osservi l'immobile bellezza dell'incarnato, i bellissimi capelli, che continuano il decorativismo luministico delle frecce appaiate e dei piccoli spruzzi sanguigni, il decorativismo della colonna e della transenna a cassettoni nello sfondo. Anche il movimento dell'arciere in basso, così originale nella iconografia del Santo, non scompone la mostra della chioma a paggio. La scritta, in lettere gotiche, fuori quadro, dichiara che la figura era accompagnata da santi locali, tra cui "Catervus" e forse al centro una Madonna o più facilmente un Crocifisso. L'immagine faceva parte di un più grande affresco murale che è andato perduto. Sotto l'affresco correva un'iscrizione della quale è rimasta solo la parola catervus di cui sopra e la data 1490, data che, nel restauro, è scomparsa. "Un parallelo obbligato, continua il Bittarelli, nasce con l'affresco di fronte all'ingresso della chiesa :di S. Margherita di Acquacanina, datato 1490 e attribuito, per valide ragioni stilistiche, da Luigi Serra, a Girolamo di Giovanni12. E conclude: "Amiamo pensare che, come l'altro (quello di Santa Margherita) commentasse pensoso e luminoso una drammatica Crocifissione e siccome dell'altro è più bello, pensiamo che fosse questo l'originale e quello di S. Michele la ripetizione iconografica, forse l'ultima opera del pittore camerte ormai al colmo di anni e di opere".
Noi a nostra volta pensiamo che il Bittarelli non sia in errore. L'affresco è veramente del Di Giovanni, che, in quell'epoca operava nella nostra Acquacanina, come vedremo in seguito.
E' evidente che il pittore camerinese ha eseguito le due opere lo stesso anno, nelle due diverse chiese. E poiché ha raffigurato in ambedue gli affreschi lo stesso Santo, tale fatto deve mettersi in relazione con la peste che nel 1486 aveva infuriato nel nostro paese. Non va infatti dimenticato che S. Sebastiano fu assunto a protettore contro tale flagello, in quanto, sin dalla più remota antichità, le frecce che furono lo strumento del suo martirio, furono il simbolo della peste. Quindi, lo stesso soggetto, in due chiese diverse, eseguito lo stesso anno, in memoria di un luttuoso avvenimento, purtroppo periodicamente ricorrente a quei tempi.
Di fronte al S. Sebastiano si vedeva ancora, una diecina di anni fa, una Madonna con in grembo Gesù deposto dalla Croce ed altri santi. L'affresco però era in pessime condizioni di mantenimento. Sull'altare una tela rappresentava il Santo con in pugno la spada e reggente con l'altra mano le classiche bilance, con la quale l'Arcangelo pesa e vaglia le anime al loro arrivo nell'aldilà.
All'esterno, sopra la chiesetta, dalle pietre levigate dai secoli, un piccolo campanile, dal quale pendeva ancora, al principio del 1900, una campana che poi è andata ad arricchire il coro delle campane della chiesa abbaziale.
Recentemente il tetto della piccola chiesa romanica è crollato e se i muri perimetrali, dieci volte secolari, ancora resistono, le acque piovane e le intemperie finiranno con il demolirli. Sparirà così quella che fu, per innumerevoli anni, la parrocchia di Acquacanina e non avremo più sul promontorio verso il Fiastrone, la cappella Sancti Angeli, ricordata in vetusti e solenni documenti.
Con la chiesa è scomparsa, almeno nella tradizionale pompa, la benedizione degli animali. Il 17 gennaio infatti era festa grossa per la chiesa di Sant'Angelo. Sin dalla vigilia veniva cotto il pane azimo, piccoli panini senza lievito che sarebbero stati distribuiti, l'indomani, ai fedeli. Il privilegio di confezionare e distribuire il pane spettava ad alcune famiglie del paese. 1 canestri, coperti da un candido tovagliolo, venivano portati in chiesa e lì lasciati, con grande gioia di noi ragazzi, che ci riempivamo le tasche e le bocche di quel pane misterioso e benedetto. Poi sul sagrato della piccola chiesa veniva acceso un grande fuoco e nella brage, che presto si formava, venivano infilati dei lunghi ferri, terminanti in croce. Davanti all'abate di Rio Sacro, passavano allora in rassegna le più belle bestie del paese: vacche, muli, asini, cavalli infiocchettati e parati a festa. Le povere bestiole venivano marcate con il ferro rovente, portante il segno della Religione.
Prima di chiudere questo capitolo sulla nostra chiesetta di Sant'Angelo ci piace ricordare che le nostre Marche portano il vanto per le numerose chiese dedicate all'Arcangelo Michele; in modo particolare la zona dei Sibillini sembra abbia voluto controbilanciare il "demoniaco" delle sue montagne, con la devozione a colui che sconfisse il ribelle Lucifero.
Le chiese consacrate a San Michele, chiamate tout court Sant'Angelo, sono numerose e qui ci piace citarne alcune, oltre la nostra: Sant'Angelo in Montespino, San Michele da Furonibus, Sant'Angelo Paganico sul monte Bove, Sant'Angelo di Prefoglio, San Michele di Fano, San Michele Arcangelo di Domora, Sant'Angelo di Montemonaco, Sant'Angelo di Bolognola e le citazioni potrebbero continuare. Abbiamo voluto citare anche la chiesetta di S. Angelo di Montemonaco, in quanto, come architettura è la gemella della nostra Sant'Angelo di Campicino. Essa trovasi a circa un chilometro da Montemonaco a sinistra della strada che scende verso Amandola. E' un vero gioiello di architettura romanica. Anch'essa sorge su di un promontorio e la leggenda l'ha circondata di mistero e di paura. Anche qui, come in tutte le altre chiese della zona, S. Michele Arcangelo è stato messo a guardia contro nequitias et insidias diaboli.
Il difensore dei diritti di Dio (Mikael = chi come Dio?) il naturale nemico del demonio è giusto che sia a guardia di caverne e di monti dove Satana esercitava il suo commercio. Il suo culto nelle chiese orientali è antichissimo e nella chiesa latina data dal sesto secolo.
Celebri le apparizioni dell'Arcangelo sul Monte Gargano, sulla Mole Adriana, che ora porta il suo nome (590) e sul Mont Saint Michel in Normandia nel 708, dove una magnifica chiesa domina dall'alto il canale della Manica e che la bassa ed alta marea dell'oceano trasformano ora in isola, ora in penisola.
Sotto la chiesetta sorge un molino, anche esso facente parte dell'inventario dei beni, di cui alle lettere apostoliche di Papa Celestino III. Sorge, questo dieci volte secolare edificio, incassato nella montagna, in un'ansa pittoresca del fiume. I monaci benedettini della Badia di Rio Sacro, deviarono, molti secoli fa, le acque del Fiastrone, sotto la frazione di Vallecanto, e costruito un lungo canale, sul fianco della montagna, il Vallato, lo constrinsero a precipitare là, dove, poste le macine, queste furono azionate dalla forza dell'acqua, e lungo circa dieci secoli, le vecchie mole di pietra trasformarono le bionde messi in fafarina. Le stesse acque servirono a far funzionare la Valca, installata in un locale a fianco del molino. La Valca, in italiano gualchiera, dal germanico Walche, è la macchina per lo più, appunto, mossa dall'acqua, che, per mezzo di magri assoda i tessuti di lana. Con essa i monaci battevano le saie, la cui industria era celebre in tutta la regione. La saia è quel panno sottile di lana, spinato e ruvido al tatto, con il quale si confezionavano vestiti e le stesse tonache monacali, chiamate appunto sai, da saia. Esiste tutt'ora, nell'archivio comunale di Acquacanina, lo strumento di affitto del molino e della Valca per 40 ravennati annui. La pergamena, archiviata sotto la lettera H, è del 1317. Invece circa due secoli dopo, nel 1507, gli acquacaninesi comprarono dai monaci "la valca sul fiume Fiastrone" e lo strumento di acquisto è tuttora conservato nell'archivio locale, sotto la lettera C n.ro 4. L'edificio del vecchio molino ha in sé qualche cosa di talmente vivo che ancor oggi, con la sua porta sprangata e senza più il fragore delle acque nelle pale rotanti, sembra temporaneamente addormentato, pronto a riprendere il suo posto nella vita della piccola comunità, che ha servito per più di mille anni.
Ho avuto sempre un debole per i molini. Quando ero ragazzo provavo un'intima soddisfazione a guardare il movimento del nostro vecchio molino sul Fiastrone, le grosse macine di pietra, mosse dall'acqua e la vecchia "stamigna" che prende il nome dai veli che servono a separare, a setacciare la crusca ed il tritello dalla bianca farina. Durante la guerra '15-18 la stamigna era stata bollata dal "governo", e dava farina scura scura con la quale i contadini non se la sentivano di fare il loro pane. Ed allora, nelle case, funzionavano i setacci ed il pane era sempre croccante ed in più aveva il sapore del frutto proibito. Davanti alle due grosse macine v'era un caminetto e delle panche, dove le comari del paese si raccontavano i loro guai e fiorivano gli innumerevoli pettegolezzi. Il mugnaio, tutto bianco di farina, dava spago alle loro conversazioni, in attesa di caricare le farine sul dorso dei somari e dei muli che sostavano all'ingresso sotto l'ampia tettoia. Sui vecchi molini (le molendina delle nostre carte) lungo il Fiastrone e lungo tutti i fiumi delle nostre Marche, ci sarebbero da scrivere pagine su pagine. Se noi apriamo le vecchie pergamene, ammuffite negli archivi dei nostri villaggi piceni, troviamo che il molino era magna pars nelle trattative fra monaci e comunità.
Essi, lungo i nostri fiumi, hanno impresse nelle loro pietre millenarie e nelle loro molae versatiles, la storia dei nostri paesi. Storia fatta di assedi, di guerre, di insidie e di dispute ed anche di amene conversazioni sul tipo di quelle che ci narra il Daudet nelle sue "Lettres de mon moulin". Ed i costumi provenzali narrati dall'autore sono anche i nostri costumi, non per nulla i romani chiamarono Provincia quella zona.
Dal vecchio molino, scendendo per la scoscesa mulattiera, al fondo valle, un ponte rilega le due sponde del Fiastrone. E' il ponte della Badia, che porta verso l'altra frazione di Meriggio. Per accedervi, noi abbiamo seguito la vecchia strada, scoscesa e tutta ciottoli. Qualche anno fa, però, questa antichissima frazione è stata allacciata alla provinciale da una bella strada, che scendendo e risalendo i due opposti pendii, porta alla Badia. Meriggio è costruita sul pendio del colle omonimo ed è sovrastata dalla cima aguzza del Monte Coglia, da dove si stacca un promontorio, che va lentamente ad incurvarsi là dove la valle del Fiastrone si apre, si fa più ampia e le due montagne scendono in dolci pendii, ricchi di campi arati e di messi.
Abbiamo detto che la valle si apre. Si ha infatti questa impressione percorrendo la strada provinciale, verso San Lorenzo. Giunti al gomito di Cerrito, le montagne perdono il loro aspetto alpestre ed i campi che fiancheggiano la strada, danno alla zona un volto più umano. E' proprio al centro di questa apertura che i monaci benedettini edificarono verso il Mille la chiesa di Santa Maria de Merigu, giunta sino a noi e della quale dovremo occuparci a lungo.
La frazione di Meriggio dista dalla Badia circa duecento metri. Dalla sua posizione domina tutto il resto di Acquacanina, costruita al di là del Fiastrone. Da qui, per raggiungere le altre località, è necessario scendere sino al fiume e risalire, la montagna sino a mezza costa. Di fronte a Meriggio sorge la frazione di Campicino. Questa deve il suo nome ad un vasto terreno semipianeggiato, che le vecchie pergamene chiamano "campum de Campicino " e questa denominazione troveremo anche nella Bolla papale del 1192. Ciò che caratterizza questa villa è la civica torre campanaria della quale abbiamo già parlato occupandoci della chiesa del Vallone. Questo, campanile faceva parte di una specie di castello, del quale rimane ancora in piedi la torre, che era di proprietà della famiglia Bucci. Un arco a tutto sesto, ora completamente scomparso, chiuso da un enorme portone, immetteva nel castello stesso, e ne chiudeva il cortile, nel quale è ancora in efficienza l'immancabile pozzo, alimentato dalle acque piovane.
Poi, la strada torna nuovamente a snodarsi, verso l'altra frazione di Oppio, dal nome tipicamente romano. Sopra questa, la frazione di Scaramuccia. Questo nome, che ci fa subito pensare ad uno scontro armato, deriva invece da una famiglia chiamata appunto Scaramutia o Scaramuccia. Lo desumiamo dal "Censuarium Sancte Marie de Rio Sacro" dell'anno 1536, dove appunto si parla di un certo Scaramutia Bartholomeus, mentre in altra parte dello stesso volume troviamo invece Hyeronimus Scaramuccia. Si tratta di poche case, che, con l'altra villa di Cerrete, forma un tutto omogeneo, sul quale domina il palazzotto dei Bozzoni, dalle finestre ad arco pieno, con mensole e ferri battuti, veramente artistico. Un tempo, le case dovettero essere più numerose ma furono abbandonate, forse a causa del terreno friabile; in alcuni documenti si parla infatti di "Scaramuccia o case diroccate".
La strada si aggrappa poi alla montagna, verso i Trocchi, verso l'ultima frazione dal nome gentile ed armonioso di Vallecanto, nome che le è dovuto per il canto argentino delle acque sorgive, che scrosciano chiacchierine verso il fiume. Le poche casette che la compongono dovettero essere alle dipendenze del vicino castello dei Varano di Santa Margherita, di cui parleremo a suo tempo. 
Poi, da quota 780, la strada non fa che salire sino a quota 1070, dove sorge Bolognola ed il paesaggio ridiventa alpestre e rude e bussa alla porta dei Sibillini dentati e scoscesi. Dal M. Castel Manardo infatti si ha la magnifica vista su tutta la dorsale principale del gruppo dei Sibillini, a cavaliere della Valle dell'Ambro13.

LA BADIA DI RIO SACRO

Abbiamo detto e ripetiamo che la storia di Acquacanina è la storia della sua Badia, già definita splendore della vita monastica. E' quindi da San Benedetto e dai suoi seguaci che essa ripete le sue lettere di nobiltà.
Prima dell'arrivo dei monaci benedettini il nostro paese dovette certamente essere uno dei tanti "pagi" piceni, sparsi lungo la valle dell'antico Flusor romano, abitati dai popoli camerti, che avevano il loro centro nella vicina Camerte. Il nostro paese dovette necessariamente seguire la sorte di questa già potente e fedele alleata di Roma e partecipare alla sua vita economica, politica, militare e religiosa. Non abbiamo però nessuna lapide, nessun cippo, nessuna iscrizione che ci autorizzano a far risalire la nostra Acquacanina a quell'epoca. Ignoriamo chi sia stato il primo a rompere il silenzio della nostra Valle. La storia ci insegna solo che siculi, greci, etruschi e galli si sono avvicendati nella nostra regione, gli uni cacciandone gli altri. Sappiamo poi che i Piceni, i rostri padri diretti, nacquero dai Sabini "voto vere sacro "14, ma non sappiamo quale di questi popoli sia stato il primo a risalire il Flusor dalla sua confluenza nel Cluentum.
Possiamo immaginarci i giovani Sabini, che la primavera sacra aveva destinato all'esilio, guidati da un picchio, da cui poi presero il nome, affacciarsi ai monti della nostra valle e sceglierla come loro seconda patria. Qualche cosa di simile certamente avvenne con le migrazioni dei popoli italici e per i Piceni la tradizione è suffragata dalla Storia Naturale di Plinio; siamo però sempre nel campo delle ipotesi. Saremo invece più vicini alla realtà se diremo che i piceni Camerti sono stati i primi abitanti della valle del Flusor.
La romanità della zona è comunque fuori dubbio. Tutti sappiamo che i Piceni furono, in un primo tempo, alleati di Roma, solo quando l'Urbe tentò di assoggettarli, essi presero le armi contro le sue legioni. La lotta durò due lunghi anni e nel 267 a.C. i Piceni capitolarono e furono vinti dal console Sempronio Sofo. Su questa disfatta s'innesta la ragione per la quale le montagne del nostro Appennino cominciarono a popolarsi. Dice infatti Plinio (Historia Naturalis, III, 13) che per sfuggire alle sevizie degli invasori essi disertarono le belle e grandiose città, che avevano costruite e si rifugiarono nei luoghi appartati e di difficile accesso, verso le radici e sulle vette degli Appennini15 Quando scoppiò la guerra sociale (91-98 a.C.) furono infatti i pastori della regione montana del Piceno a fornire i più forti contingenti di uomini. Valerio Massimo e Plutarco ci narrano come le legioni camerti, che militavano sotto Caio Mario, ebbero alla battaglia di Vercelli, nel 101 a.C., ai campi Raudii, contro i Cimbri, il più ambito riconoscimento del loro valore. Estote cives et pugnate Camertes!
Sui Sibillini fu combattuta, durante la guerra servile, la battaglia fra Spartaco e l'esercito di Gneo Lentulo Claudiano, sulle strade che passano per Montegallo, Montemonaco, Amandola ecc.16.
La stessa Sibilla Appennina, che ha dato il suo nome ai nostri Monti Sibillini, non è forse un'altra magnifica impronta della romanità della nostra Valle? E non è da escludere affatto l'opinione di Angelo Flavio Guidi, il quale ha scritto che " dall'appenninica e non dalla cumana, furono portati a Roma, a Tarquinio Prisco, i libri sibillini ".
In mancanza di iscrizioni, dobbiamo riferire, naturalmente a titolo informativo, che una costante tradizione locale vuole che la chiesa di San Lorenzo di Fiastra, che dal suo promontorio domina il lago omonimo, sia stata costruita su di una necropoli pagana. Ed infatti, qualche anno fa, nella curva della strada, a circa 100 metri dalla chiesa, prima di arrivare all'ardito ponte che unisce le due sponde del lago, dopo alcune piogge, che ne erosero la scarpata, vennero alla luce alcuni scheletri umani, che, raccolti, furono portati nell'ossario del locale cimitero. Questo ritrovamento potrebbe dar corpo alla leggenda suddetta. A questo fatto ne aggiungeremo un altro. Sempre nelle adiacenze della chiesa, in una specie di arenile, un giovane studente del luogo, avrebbe ritrovato delle piccole anfore romane.
In mancanza di pietre, abbiamo però un fatto incontestabile; due frazioni della nostra Acquacanina portano dei nomi impegnativi, tanto da fabbricarvi sopra una ipotesi, che ha molte probabilità di essere invece verità. Si tratta di due nomi celebri dell'antica storia italica: Vescia e Oppio. Ci siamo sempre domandati se queste -due denominazioni non siano infatti il legame storico, la tradizione orale, che serva da filo conduttore nelle vicende che narriamo.
Vescia è l'antica città degli Aurunci, di cui parla Livio (IX, 25) situata poco a sud del corso del fiume Liri e che diede nome all'agro Vescino, anche quando la città, dopo l'occupazione romana (314 a.C.) scomparve senza lasciare traccia. Non potrebbe darsi che qualche superstite sia venuto quassù, fra i nostri monti, ed abbia dato il nome della sua città sparita, alla piccola frazione?
Il vocabolo Oppio non potrebbe ugualmente avere qualche attinenza con l'omonimo colle romano fra l'Esquilino, il Celio e la Velia, ovvero il Colle Oppio?
Nulla veramente prova, ma nulla nemmeno lo nega. I nomi, i vocaboli sono una cosa viva, che fa parte del nostro retaggio,
che si trasmettono di generazione in generazione ed ognuno di essi porta in sé, anche attraverso i secoli, la realtà primitiva che li ha fatti vivere, che li ha creati. Perché chiamare due località, quelle due località, Vescia e Oppio, senza una plausibile ragione? E' forse solo dovuto al caso il fatto che le due frazioni portino i nomi di due altri luoghi storici? Il caso sarebbe stato troppo intelligente. Dobbiamo quindi ritenere che le nostre congetture, perché tali restano e resteranno, non siano del tutto infondate.
Abbiamo cercato anche di dare ai due nomi un significato meno storico, meno impegnativo; abbiamo supposto che Oppio derivi da oplus - populus - pioppo. " Oplus est italice pioppo " dice il Du Gange17.
Vescia invece potrebbe derivare il suo nome da quella specie di fungo, chiamato, appunto "vescia da lupo " il lycoperdon dei botanici, di color bianco da giovane e che diventa ocraceo o giallo bruno a maturità. Taluni li annoverano fra i funghi mangerecci, benché molto acquosi e quindi di scarso valore nutritivo. Crescono nei pascoli e nei prati anche alpini. Ma né pioppi, né funghi noi troviamo nella nostra Acquacanina, in tal numero, in tale abbondanza da far pensare che questa sia stata la ragione della denominazione delle due frazioni. Quindi fra la Storia Naturale e quella senza aggettivi, quest'ultima ha più probabilità di riportare vittoria. Crediamo quindi che l'ipotesi, sopra avanzata, non sia poi da scartare a priori se è vero, come già detto, che i nomi, dati alle cose, hanno una loro rispondenza precisa, hanno cioè un rapporto, un fatto sottostante che è poi la loro ragione di essere.
Seda quanto sopra scritto possiamo arguire sulla antichità della nostra zona, ragionando per ipotesi, per dovere di storico, dobbiamo aggiungere che facendo parte il nostro paese del contado di Camerino, esso ha partecipato alla indiscussa antichità di questa insigne città del nostro Piceno. Però, come ben presto vedremo, non abbiamo bisogno di ipotesi per provare la vetusta origine del nostro paese. Documenti pontifici verranno a suffragare che la nostra Acquacanina fu ben presto scelta a teatro di eroiche e silenziose gesta. Agli albori del monachesimo occidentale, che ha in Benedetto da Norcia il suo eroe, Acquacanina edificava la sua gloriosa Badia nel motto benedettino " ora et labora ".

LE ORIGINI

Come e quando i monaci di San Benedetto, siano arrivati fin quassù, forse nessuno lo saprà mai. Possiamo solo capire perché ci siano venuti. Dalla scelta dell'orrido luogo, nel quale edificarono il Monastero, Ottavio Turchi giustamente opina che i monaci, fondatori del cenobio acquacaninese, dovettero certamente essere fra i primi seguaci della antica regola benedettina. Ed ecco come egli, testualmente si esprime:
"Monachi illud cenobium incolentes fuerunt ordinis Sancti Be" nedicti et ad horrido recessu et solitaria regione, ubi illud con" ditum est, coniicere possumus illud fuisse a monachis funda
tum antiquissimae benedictinae regulae sectatores "18.
Questo brano, tolto dall'insigne opera dell'autore della Storia dei Vescovi Camerinesi, vale quanto una data ed è di una importanza eccezionale per il nostro Cenobio, perché ci riporta alle origini, ai primordi dell'Ordine Benedettino. Sembra che il Turchi abbia ragionato così: agli albori della regola benedettina i monaci, seguaci del Santo di Norcia, fondavano i loro conventi in luoghi difficili e solitari. Però il Convento benedettino di Rio Sacro di Acquacanina è costruito in luogo addirittura orrido ed in regione impervia e solitaria. Dunque deve risalire agli albori dell'era benedettina.
Non sappiamo come si chiamasse, prima dei Monaci, la Valle, che, dal Monastero, prese il nome di S. Salvatore, ed il Rio, che fu detto Sacro, dalla chiesa che fu edificata sulle sue sponde e dal venerato simulacro ligneo del Cristo, che in essa era conservato.
La valle di Rio Sacro, o più propriamente Rio Sacro, come è chiamato dalla gente del luogo, è una vasta zona, dominata da cime montuose elevantesi sui duemila metri, stretta nel fondo valle, dove scorrono le acque argentine del Rio, il cui letto, in tempo normale, non sorpassa i due metri di larghezza. La valle sfocia in quella del Fiastrone e si apre alla confuenza del Rio con questo fiume.
Questo innesto delle due valli, veramente alpestri, ha in sé alcunché di maestoso e di solenne ed è un anticipo di quell'orrido di cui parla il Turchi. Attualmente vi si accede dalla strada provinciale, poco dopo passata la frazione di Vallecanto, per una discesa diruposa, alla quale non può darsi nemmeno il nome di sentiero. In fondo, un ponte, il ponte di Casavecchia, unisce le due montagne e permette di passare alle falde del M. Vallefibbia. Una mulattiera inizia la salita e ben presto il sentiero da capre s'inoltra tortuoso nella valle propriamente detta di Rio Sacro. In alcuni punti sembra che i due opposti picchi scoscesi si tocchino e rupi altissime chiudono la valle in un orrido splendido ed impressionante.
Ottavio Turchi, parlando di horrido recessu non ha voluto usare una metafora, né fare della retorica, ha dato alle parole il loro preciso significato.
Visitando la valle, ci è sempre venuto in mente Gustavo Dorè in alcune sue illustrazioni dell'Inferno dantesco. Durante il periodo delle nevi è quasi inaccessibile. Le valanghe trascinano in basso massi ed alberi secolari. Le tempeste vi sono terribili ed esse cambiano continuamente il volto del fondo della valle ed il pacifico Rio si trasforma in un torrente impetuoso che tutto schianta al suo passaggio. I monaci vi accedevano invece -dalla parte di Meriggio e la loro strada passava per la forcella del Vallefibbia ed andava a sbucare esattamente sopra al promontorio, dove essi avevano edificato il loro Cenobio.
Dopo più di dieci secoli, il luogo è ancora individuabile. Davanti ai contrafforti del M. Rotondo " che a questo punto segna lo spartiacque tirreno-adriatico e dalle pendici del quale nasce, ancora lontano, il Rio Sacro, sul largo spalto, poco a Monte del Rio e alla sua sinistra ma sempre alle falde del Vallefibbia, a quota tra i 900-1.000. metri ed a circa cinque chilometri da Acquacanina, affiorano tra una vegetazione di noccioli e di faggi, le tracce dell'antico monastero benedettino di S. Salvatore di Rio Sacro19".
Le fondamenta della vecchia Badia sono ancora lì a testimoniare la santità del luogo. Pietre, levigate e lavorate dallo scalpello, sono sparse qua e là, coperte dalla vegetazione. Molte di esse sono andate a costruire i cascinali, sorta di stalle per il bestiame di passaggio, edificate qualche centinaio di metri più sotto. Noi stessi abbiamo visto alcune di queste pietre, che dovevano servire da stipite ad un portale, fare da sostegno ad un ponticello di travi sul Rio. Lì vicino è ancora l'orto dei frati ed una sorgente di acqua limpidissima sgorga dalla roccia. Era il luogo ideale per i nostri monaci: orrido e solitario! Anche i vocaboli delle varie zone sono significativi: uno di essi l'ortaccio del diavolo, vi darà un'idea che, quanto andiamo scrivendo, corrisponde a verità.
I primi seguaci di S. Benedetto andavano alla ricerca di siffatti luoghi, ove installare i loro romitori e dedicarsi tutti alla contemplazione ed alla penitenza.
Troviamo una indiretta conferma di quanto scrive il Turchi, in un passo di Camillo Lili20 dove l'autore della Storia di Camerino, narra le peregrinazioni dei Santi fratelli Vittorino e Severino, che egli dice aver fatto parte dell'ordine monastico, verso il 500-512 d. C.: " Da Settempeda è necessario dire che i medesimi fratelli passassero all'eremo di Pioraco ad imitazione di San Benedetto, che appunto in quei tempi, andava ricercando i luoghi più solitari per ridurre i monaci a stato di miglior perfettione ".
E' quindi logico e perfettamente consono alla tradizione benedettina, il supporre che la Badia di S. Salvatore di Rio Sacro sia stata fondata dai primi seguaci del Santo, che vennero a rifugiarsi nella nostra vallata, abbastanza vicina ad Acquacanina, ma separata da essa da barriere naturali tali da farne un luogo ideale per l'ascetismo, la penitenza ed il lavoro.
La verità di quanto asseriscono il Turchi ed il Lili, sulla ricerca di luoghi solitari da parte dei primi sectatores dell'ordine benedettino, ha una conferma tangibile nelle grotte di Fiegni sempre nella valle dell'Alto Fiastrone. Sono le famose " Grotte dei Frati ". Il Prof. G. Boccanera, in un suo articolo su "l'Appennino Camerte" (N. 28 del 9 luglio 1963) ne dà una descrizione esauriente e dettagliata. Trattasi, dice il chiarissimo scrittore, che qui seguiamo passo passo, di tre caverne, scavate sul declivio Sud del Monte di Fiegni, da fenomeni carsici, comuni a tutta la montagna, quasi allo stesso livello, circa 600 m. sul mare. La grotta centrale, mimetizzata in alto, lungo lo squarcio, che risale la parete esterna, da spessa edera, è quella che offre il maggiore interesse. Nell'interno di questa, infatti, si erge una cappella dall'arco ogivale, terminato con fronte cuspidata, che tocca il soffitto della grotta. L'interno ha pianta quadrata con volta a crocera, divisa in quattro spicchi da costoloni in cotto, intersecantisi alla chiave della volta a pieno centro. Tutto il resto della costruzione è in pietra spugna.
Questa grotta comunica con l'altro locale vicino, adibito ad abitazione dei monaci. Le celle, infatti, si aprono intorno ad un grande ambiente a pianta rettangolare. La vicinanza delle due grotte ed il complesso edilizio che fondeva l'opera dell'uomo con quella della natura, danno un'idea perfetta degli intenti propostisi dagli antichi monaci, che scelsero quel luogo di eremitaggio per una comunità di penitenti e non già per dei religiosi isolati. A trenta o quaranta metri è la terza grotta, con volta a botte, costruita dalla mano dell'uomo. Sul fondo una fontana in pietra, ora esaurita. Sin qui il Boccanera.
Riportandoci alla tradizione schiettamente benedettina della Valle dell'Alto Fiastrone, avevamo supposto che qui avesse operato e vissuto una piccola comunità di Monaci di San Benedetto, che, all'inizio del monachesimo occidentale, andava appunto alla ricerca di tali luoghi, come abbiamo visto per la Badia di Rio Sacro.
Sennonché nuova luce ha portato il Pagnani su queste grotte. Questi, sulla scorta di documenti ineccepibili, (De origine seraphicae religionis, di F. Francesco Gonzaga, edito nel 1587) precisa che i religiosi che abitarono le grotte furono i Clareni, frati dissidenti dell'ordine francescano. Per essi, alcuni signori di Camerino, costruirono, in queste grotte, una chiesa, intitolata a S. Maria Maddalena ed una piccola abitazione adiacente, in quanto il luogo, chiamato Spelonca, " era affatto selvaggio e molto adatto alla vita contemplativa ". La costruzione quindi è senza dubbio francescana.
Ma, aggiungiamo noi, le grotte erano certamente anteriori alla costruzione, ivi eretta da generosi camerinesi per i seguaci di fra Angelo da Cingoli. Sarebbe quindi interessante sapere se i donatori furono indotti a pensare alla spelonca, appunto perché il luogo, affatto selvaggio, aveva già servito come centro di meditazione, di contemplazione e di penitenza e poi abbandonato, come pure l'abbandonarono gli stessi Clareni. Vogliamo dire con questo che la Valle dell'Alto Fiastrone aveva già, da parecchi secoli prima della nascita di fra Angelo, una sua innata vocazione all'ascesi. Comunque siano andate le cose i Glareni han seguito questa tradizione benedettina della nostra Valle.
Tanto più che il Clareno, se è vero che a 23 anni aveva vestito l'abito francescano, nel convento di Cingoli e si era affermato uno strenuo difensore - sino a diventare un ribelle - della stretta osservanza della regola francescana, dopo la prigionia (1280-1289) ed il suo esilio in Armenia, nel 1293, ritornato in Italia, si rifugiò nell'eremo di Chiarino (da qui l'origine del soprannome di Clareno) presso Pietro da Morrone che il 5 luglio 1294 veniva eletto papa, sotto il nome di Celestino V. A. Chiarino, il futuro papa aveva già accolti altri transfunghi dell'idea francescana e tutti, da Colui che poi fece il gran rifiuto, furono sottomessi alla regola benedettina più stretta, unitamente ai suoi Celestini. I Clareni quindi delle grotte dei Frati erano dei benedettini - francescani.
Circa il dono fatto dai notabili camerinesi al Clareno dobbiamo aggiungere che essi non erano poi alla prima prova della loro generosità verso chiunque volesse dedicarsi al servizio del Signore. Quasi tre secoli prima del Clareno, il grande Romualdo aveva in Camerino non solo un punto di appoggio, ma un sostegno veramente sostanzioso, al quale il patriarca ricorreva nei momenti più intensi della sua opera costruttiva. Non abbiamo che a leggere insieme quanto scrive il Pier Damiani nella sua " Vita Beati Romualdi " edita dall' Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (Roma, 1957):
"Romualdus ergo, sterilitate impatiens anxia cepit aviditate perquirere ubi terram potuisset ad proferendos animarum fructus idoneam invenire. Misit itaque nuntios ad Camerine pronvincie comites. Qui audito nomine Romualdi, nimio repleti gaudio, cuncta sue virtutis of ferent praedia, non modo silvarum et montium sed si sibi etiam placeret agrorum. Postremo repertus est in eorum possessione locus heremitice conversationi satis congruus montibus undique vallatus et silvis":
"Romualdo, impaziente per il forzato riposo, cominciò con ansia ed avidità a cercare una terra idonea a produrre frutti nelle anime. Mandò degli inviati ai capitani della provincia camerinese. Questi, inteso in nome di Romualdo ripieni di gioia spontaneamente offrirono tutti i terreni non solo nelle selve e sui monti, ma anche nei campi, qualora a lui fosse piaciuto. Alla fine fu rinvenuto nei loro possedimenti un luogo molto adatto all'eremitica vita, circondato da ogni parte da monti e da selve".
E così nacque la celebre abbazia di Valdicastro, sui terreni offerti dai camerinesi.
Dal racconto di Pier Damiani ci sembra che questo ricorso agli amici di Camerino sia stato in Romualdo connaturale, come connaturale era nei camerinesi offrire a Romualdo campi, montagne e selve, e non solo a Romualdo. Concluderemo quindi con le parole del Baldelli il quale scrive: " La giuntura benedettino - francescana può essere compiuta attraverso il gruppo degli Spirituali Francescani... in stretti rapporti con i monaci abruzzesi di Pietro da Morrone: non si dimentichi infatti che i monaci di Celestino erano osservanti della regola di S. Benedetto " (citato da F. ALLEVI, Con Dante la Sibilla ed altri, Edizione Scientifico Letteraria, Milano 1965, pag. 15).
Ritornando alla nostra badia, dobbiamo riconoscere che, allo stato dei fatti, non è possibile dare una data certa alla sua fondazione. Ottavio Turchi, nell'opera citata, suppone pure che la Badia di Rio Sacro abbia avuto San Romualdo come fondatore o come riformatore. Egli testualmente scrive: " Forsan etiam a S. Romualdo suis monitis vel insctructum, vel reformatum ". Noi ne deduciamo che prima del Mille, il nostro Monastero era già fiorente ed anche abbastanza celebre se attirò l'attenzione del grande Romualdo (907-1027) tutto preso dalle sue numerose peregrinazioni apostoliche. Questo viaggiatore infaticabile passò i suoi 120 anni di vita a combattere i vizi del secolo. Venti anni passò nella vita secolare, tre anni in convento, novantasette anni nella vita eremitica. Per due volte fu nel ducato di Camerino21.
Camillo Lili, nella sua Storia di Camerino già citata (parte I, libro II, pag. 201) ci fornisce un'altra data interessante. Egli ci dice che verso il 1030 fiorì San Ronaldo da Camerino, che San Pier Damiani chiama Roinoldo. Di questo religioso e santo Monaco egli aggiunge: " dimorò questi nella Badia che fu parimenti monacale di Acquacanina ". San Pier Damiano infatti nei suoi Opuscula (VI, 29) così scrive: " Nel nostro tempo sono vissuti Roinoldo da Camerino, Amico di Rambona, Guido di Pomposa, Fermano di Fermo e molti altri che si segnalarono per una santa vita21bis. Sopra i loro corpi, per volontà della assemblea dei Vescovi, si sono eretti altari e vi si celebrarono i misteri divini, perché i miracoli ne rendono testimonianza ". Il santo cardinale non scriveva per inteso dire: egli fu priore del Monastero di Fonte Avellana, nella Marca e quindi sui luoghi stessi, a con tatto con i testimoni oculari dei fatti narrati. E forse fu anche a Loreto se dobbiamo interpretare in tal senso i famosi versi di Dante:

e Pietro peccator fui nella Casa
di Nostra Donna in sul lito adriano
(Paradiso, XXI)

Abbiamo, come si vede, due date sul nostro cenobio ambedue vicino al Mille. In merito dobbiamo considerare due fatti innegabili. Un monastero non assurge a celebrità e santità in qualche anno. E' il lavorio dei secoli che forgia queste due virtù. Dovremmo quindi ritenere che la fondazione del cenobio acquacaninese risalga a parecchi anni prima del Mille. La stessa bolla pontificia " Quoties a nobis " di Celestino III, del 1192, della quale parleremo fra poco e nella quale si elencano le ingenti proprietà della nostra Badia, sta quasi a riprova della nostra affermazione. Un così vasto dominio non ha potuto formarsi in poco tempo, ma ha avuto bisogno di secoli per amalgamarsi ed espandersi. Non andiamo quindi errati se diremo che la Badia di S. Salvatore di Rio Sacro risale, se non proprio ai primordi dell'era benedettina, certamente a qualche secolo prima del Mille. L'ipotesi non è nostra, ma del Turchi, della cui serietà di storico possiamo certamente fidarci.

I MONACI NELLA VALLE DEL FIASTRONE

Che cos'era Acquacanina prima dell'arrivo dei monaci benedettini? Forse la fede cristiana vi era giunta contemporaneamente poco dopo il suo arrivo a Camerino, ovvero nei primi secoli del cristianesimo. Infatti San Venanzio, il giovanetto camerte, che diede la sua vita per la fede di Cristo, subì il martirio, secondo la tradizione, nel 250 d. C. e precisamente il 18 maggio, durante la persecuzione dell'imperatore Decio (200-251). Ciò sta a provare che durante la metà del secolo terzo, la fede cristiana era conosciuta nella nostra Camerino. Venanzio, scoppiata la persecuzione, conseguente al decreto del lealismo religioso, emanato da Decio, alla fine del 249, fu una delle prime vittime e la più illustre. Egli non volle né seguire i " libellatici " che avevano comprato il libello di lealismo, né abbandonare la città e preferì affrontare il prefetto Antioco.
Possiamo anche supporre che, mentre la città aveva già abbracciata la nuova religione, i vari " pagi " lungo il fiume Flusor, rimasero forse tali, cioè pagani, sino all'arrivo dei nostri monaci, analogamente a quanto accadde a Cassino che a dirla con Dante (Par. XXII) " fu frequentato già in sulla cima dalla gente ingannata e mal disposta ".
Forse storicamente possiamo applicare ai suoi seguaci quello che San Benedetto dice di sé, nel citato canto della Divina Commedia: " E quel son io che su vi portai prima - lo Nome di Colui che in terra addusse - la verità che tanto si sublima ". Ma anche ammesso che i nativi già conoscessero la Buona Novella, la loro condizione materiale e spirituale non doveva essere certamente florida.
Nel 475 la soldatesca barbarica spadroneggiava alla corte di Ravenna. Oreste, uno dei tanti generali romani, comandante di barbari, pose sul trono imperiale il proprio figlio: Romolo Augustolo. L'anno seguente, 476, Oreste fu ucciso dalle truppe ammutinate, comandate dal barbaro Odoacre e l'ultimo imperatore d'occidente fu deposto; Odoacre non prese per sé il titolo di imperatore, ma ne rimise le insegne a Zenone (474-491) a Costantinopoli, contentandosi del titolo di Re e di Patrizio dei Romani. Cadeva così l'Impero romano d'occidente. Alla grandiosa unità romana si sostituiva il particolarismo dei regni barbarico-romani. In mezzo a tanta rovina, all'occidente ed alla civiltà latina, non resta che un solo rifugio, la Chiesa cristiana. Mentre i barbari calano nelle ricche provincie dell'Impero, devastando e massacrando, i comandanti militari ed i magistrati, fuggono davanti ai barbari sterminatori. Una sola autorità è ferma al suo posto: il vescovo cristiano che, ben a ragione, fu chiamato Consul Dei, console di Dio. Così Agostino d'Ippona, così Leone I che affronta Attila e Genserico, così Martino di Tours, così Germano di Auxerre, così centinaia di altri. Questi atleti di Cristo e della romanità gettarono le fondamenta di quella immensa autorità morale che la Chiesa avrà per tutto il Medioevo e nell'età moderna.
Quali fossero le condizioni dell'Italia e del nostro Piceno, durante la guerra greco-gotica, lo lasciamo descrivere dal bizantino Procopio di Cesarea, il quale ne fu testimone oculare, al seguito di Belisario: " L'anno avanzava verso l'estate e già il grano cresceva spontaneo, non in tal quantità però come prima, ma assai minore, poiché, non essendo stato internato nei solchi con l'aratro, né con mano d'uomo, ma rimasto alla superficie, la terra non poté fecondare che una piccola parte. Nè essendovi alcuno che lo mietesse, passata la maturità, ricadde giù e niente più ne nacque. Lo stesso accadde nell'Emilia per lo che la gente di quei paesi, lasciate le loro case, recaronsi nel Piceno, pensando che quella regione, essendo marittima, non dovesse essere totalmente afflitta da carestia... Nel Piceno, dicesi, che non meno di cinquantamila contadini romani morissero di fame... Tutti divenivano emaciati e pallidi e la carne loro, mancando di alimenti, consumava sé stessa e la bile dava al corpo un colore giallastro... La loro cute prendeva aspetto di cuoio e pareva che aderisse alle ossa ed il colore fuoco, cambiatosi in nero, li faceva parere come torce abbrustolite22 ".
Belisario e Narsete ebbero ragione dei Goti. Decimati da vent'anni di guerre ininterrotte, essi finirono con lo scomparire. Sbaragliati da Narsete, alle falde del Vesuvio, parte si fusero con le popolazioni locali, parte ripassarono le Alpi. L'Italia era stata liberata dai Goti. Ma questa liberazione aveva prodotto calamità spaventose in tutto il paese: peste, carestie, stragi, saccheggi e devastazioni si erano succeduti in modo da stremare il popolo che era stato ridotto alle condizioni sopra descritte. In più, al despotismo barbaro, succedeva quello bizantino con la rapacità e corruzione insaziabile dei suoi funzionari. Fu appunto in questo periodo di corruzione che Benedetto da Norcia iniziò la sua opera di costruzione monastica, che riportò la civiltà a vincere la sua battaglia sulla barbarie. I grandi monasteri benedettini, rimasero, per tutto il Medioevo, centri e fari di luce, in mezzo alle tenebre.
Camerino ed il suo contado non andarono esenti dalle devastazioni compiute dai due eserciti in lotta. Nel 539 Belisario, dopo otto mesi di assedio, espugna Osimo e Camerino, che passano sotto la dominazione bizantina. Nel 543-544 Totila ritoglie ai bizantini Osimo, Fermo, Ascoli e Camerino. Nel 570 i Longobardi occupano anch'essi Camerino e ne fanno la sede di un loro ducato. Nel 592 il ducato di Camerino è unito a quello di Spoleto. I Longobardi, da questa città, dominarono il Piceno e si fusero con le popolazioni locali. I vincitori furono, alla loro volta, vinti dalla lingua e dalla superiore civiltà dei popoli soggiogati. Basterebbe, a provarlo, rileggere nel Regesto di Farfa, dalla cui giurisdizione dipesero molti conventi benedettini della Marca, come quello noto sotto il nome di Monasterium de' Pedi Clenti24 ; basterebbe, dicevano, rileggere le lunghe sequele dei nomi dei servi delle Abbazie per convincersi che longobardi, goti, ostrogoti, si stabilirono nel corso delle loro incursioni in Italia, nella nostra terra. E ciò avvenne non certo per il miglioramento dei primitivi abitatori piceni, ma per il loro lento e progressivo imbarbarimento.
Dal VI secolo in poi, le popolazioni della Marca soffrirono grandemente per l'invasione longobarda, che spazzò via in un primo momento, religione e civiltà. Fu il Monachesimo benedettino che riaccese dei centri luminosi di fede, di pietà,di scienza, di lavoro e di benessere25. Ed indubbiamente il nostro piccolo villaggio di Acquacanina subì la stessa sorte delle altre plaghe picene e fu anch'esso redento materialmente e spiritualmente dai monaci di Rio Sacro.
Stando alle affermazioni del Turchi, possiamo immaginare i nostri monaci, con ancora nel cuore le parole e l'esempio del loro patriarca, venuto a mancare nel 543, incamminarsi verso la marca camerinese, alla ricerca di luoghi, nei quali poter mettere in pratica la regola del loro Santo fondatore.
Forse seguivano ancora la primitiva organizzazione, secondo l'uso cenobitico orientale, ovvero: dodici monaci, in un convento, sotto un proprio capo, l'abbate. Dalle mura della città di Camerino avranno visto i Monti Sibillini profilare all'orizzonte le loro cime dentate e, verso di essi, diressero i loro passi. Passato l'abitato di Acquacanina raggiunsero la confluenza del Rio con il Fiastrone e là, dove la valle si biforca, fra boschi e promontori, si inoltrarono lungo la vallata alla quale dovevano dare il nome. Altro rumore non dovettero sentire che quello del fiume che lasciavano alle loro spalle e quello del Rio, che li accompagnava durante la loro penetrazione. Tale rumore doveva armonizzarsi allo stormire delle fronde degli alberi secolari e forse il volo delle aquile, che ancora fanno il loro nido sul Balzo che porta il loro nome, accompagnò il loro cammino. I monti, alti verso il cielo, chiudevano tutta la zona come in uno scrigno naturale, come in una morsa di pietra: erano giunti dove la Provvidenza li aveva chiamati. Nasceva la Badia benedettina di San Salvatore di Rio Sacro.
Ottavio Turchi nel suo " Camerinum Sacrum ", al loco citato, così descrive il luogo dove fu costruita la Badia:
" Situm erat hoc ascetorium, cuius reliquiae supersunt, ad radices montis Valle fibbia dicti, ad orientem Castri Bonomiolae (vulgo Bolognola), ad occidentem montis Vallefibbia in agro Castri Flastrae (volgo fiastra) oppidi Visso finitimi. Ad austrum castrum ipsum Aque-Canine habuit in quo monachi dominabantur ".
Abbiamo già tentato una volta di dare una data a questa fondazione. Ci siamo basati per far ciò sull'affermazione del Turchi, il quale scrive che il nostro Ascetorio dei Monti Sibillini o fu fondato da San Romualdo, o fu da lui riformato.
Ora l'infaticabile ravennate visse dal 907 al 1027.
Abbiamo quindi fra queste due date la certezza che la nostra Badia già esisteva e ciò basterebbe ad illustrarne l'antichità.
Dobbiamo però aggiungere che nell'Archivio Comunale di Acquacanina (ms. 5) è conservata una pergamena la quale tratta di una donazione fatta da certa Rosibella al Monastero di Rio Sacro, e, per il convento, è accettante l'abbate Bonaventura, di tutte le sue possidenze e selve, situate nella valle di Rio Sacro. La pergamena è molto rovinata ed è difficile stabilire i confini della proprietà. La donazione Rosibella risale ai tempi di papa Onorio. Non è però indicato sotto quale dei papi

di questo nome, che furono quattro:
Onorio I 27 ottobre 625 (dal 625 al 638) 
Onorio II 13 dicembre 1124 (dal 1124 al 1130) 
Onorio III 18 luglio 1216 (dal 1216 al 1227) 
Onorio IV 2 aprile 1285 (dal 1285 al 1287)
Tenteremo ora di stabilire sotto quale di questi Papi fu fatta la donazione che stiamo esaminando.
Premettiamo che nel breve apostolico di Celestino III " Quoties a nobis " dell'11 maggio 1192, nell'elenco dei beni della Badia di Rio Sacro, viene nominato " il luogo stesso in cui è situato il predetto Monastero con tutte le sue pertinenze " " Locum ipsum in quo prefatum Monasterium situm est cum omnibus pertinentiis suis ". E' quindi evidente che il " luogo " e le pertinenze nel 1192 erano possesso dei Monaci. Confrontiamo ora le date del Breve Pontificio con quelle sopra riportate, riguardanti i papi che si sono chiamati Onorio. Dobbiamo escludere subito il III e il IV di questo nome, restano il I ed il Il Onorio.
Se il Monastero di Rio Sacro fu riformato dal grande Romualdo (907-1027), escluderemo anche Onorio II (1124) e potremmo supporre che la donazione di Rosibella, primo nucleo territoriale della Badia di Rio Sacro risalga agli anni che vanno dal 625 al 638 del regno di questo grande e discusso pontefice, Onorio I.
Purtroppo però il nostro ragionamento e la nostra supposizione sugli anni del regno dei quattro papi dal nome Onorio, resta pur sempre una semplice ipotesi, suffragata non dall'amanuense che scrisse la pergamena, ma da chi la lesse, in epoca certamente recente e vi scrisse dietro il nome di Onorio.
Il ragionamento da noi portato zoppica troppo dal punto di vista storico documentario. Una data comunque sia l'abbiamo indicata, quella cioè del documento farfense da noi citato, quando abbiamo parlato di Acqualina. E poiché nel 1192 troviamo la nostra Acquacanina appannaggio della Badia di San Salvatore di Rio Sacro, dobbiamo supporre che la Badia di Farfa il suo acquisto del 985, lo fece per passarlo ai confratelli benedettini che in quell'epoca s'erano già stabiliti sulle sponde del Rio, affluente del Fiastrone. Potremmo quindi concludere che la fondazione del Cenobio acquacaninese non dovrebbe essere posteriore al 985.
Come si comportarono i nostri monaci diventati acquacaninesi? La risposta non è difficile. Basta aver letto la regola benedettina che fu definita dal Bossuet: " compendio del cristianesimo " per rispondere esattamente.
Oltre al servizio di Dio (il Monastero è l'officina dell'arte spirituale, la scuola del servizio del Signore), San Benedetto prescriveva ai suoi figli il lavoro quotidiano. Il capitolo 48° della Regola ha un titolo molto significativo: " De opera manuum cotidiana " (del quotidiano lavoro manuale) ed inizia testualmente così: " Otiositas inimica est animae et ideo certis temporibus occupari debent fratres in labore manuum ": L'oziosità è nemica dell'anima, perciò, per un certo tempo, i frati dovranno essere occupati dal lavoro manuale.
Ecce labora et noli contristari! Ecco lavora e non esser triste. Queste parole pronunciate da S. Benedetto, nel restituire la falce al goto, che l'aveva lasciata cadere nel fiume, erano sempre presenti alla mente del benedettino. Animati da questa fede i nostri frati si misero al lavoro.
Mi piace qui di ricordarli con gli immortali versi che il poeta cristiano mette sulla bocca del loro Patriarca S. Benedetto: " Uomini f uro, accesi da quel caldo - che f a nascere i fiori e i frutti santi - Qui son li frati miei che dentro i chiostri - fermar li piedi e tennero il cor saldo "26.
Fermar li piedi e tennero il cor saldo! Solo Dante poteva sintetizzare, in un endecasillabo, l'opera titanica dell'Ordine Benedettino. I due verbi fermare e tenere ci dicono la ferrea volontà ed esprimono una intransigenza che non ammette deroghe.
Solo uomini, dotati di straordinario zelo e di sovrumana volontà, potevano scegliere le gole di Rio Sacro per servire Dio. Non dobbiamo infatti dimenticare che il Turchi ha definito la zona " orrido recesso solitaria regione! ". Lo è ancora oggi, figuriamoci allora! 
Essi dovettero fermare i piedi per non prendere la via di ritorno, davanti alla desolazione della desolazione, in cui versava la nostra Valle. E tennero il cuore saldo contro le ,insidie della natura e i pericoli degli animali, contro l'insidia più forte della stessa solitudine.
Non avevano scelto la vita comoda i nostri monaci. Bisognava mettersi subito al lavoro per trasformare l'orrido luogo in una abitazione, con tutto quello che una simile parola comporta, per una comunità, sia pure di penitenti. I boschi secolari attendevano i boscaiuoli, le montagne di Acquacanina, Fiastra e Bolognola i dissodatori, gli agricoltori, gli allevatori.
E i boschi furono razionalmente tagliati, i monti furono dissodati fino a quota 1800 e più, le strade, sia pur mulattiere, furono scavate nel fianco della montagna e per esse passò la vita e la civiltà.
I monaci insegnarono al nostro contadino, non solo a farsi il segno della croce, ma a strappare alla terra ingrata il sostentamento per essi e per il loro bestiame.
Nulla quindi di strano se ben presto cadde spontaneamente nelle mani dei monaci di Rio Sacro il potere civile di tutta la zona. Ce lo dice esplicitamente il Turchi (loco citato) quando scrive: " Ad austrum castrum ipsum Aquae Caninae habuit, in quo monachi dominabantur ". E cioè il Convento aveva, verso austro, il Castello di Acquacanina, dove i monaci dominavano. E acciocché sia chiaro che egli intende parlare di dominazione civile, più sotto aggiunge: " Insuper apud monachos fuit huius castri sacerdotium ": Per di più i monaci ebbero nel detto Castello, la giurisdizione religiosa.
I due poteri, il religioso ed il civile, erano quindi riuniti nella persona dell'abbate, assistito, come volevano le regole benedettine, dal suo consiglio di monaci.
Acquacanina assumeva così la sua figura giuridica ed entrava a far parte di quella catena di monasteri, che, nella Marca, ressero le sorti di quelle antiche popolazioni picene. Ai nomi celebri delle Badie di Fonte Avellana, Santa Maria de pede Clenti, ed altre, si univa quello di S. Salvatore di Rio Sacro.

IL PRIVILEGIO DI CELESTINO III

Abbiamo accennato più volte ad una Bolla pontificia di Celestino III27 riguardante la Badia di San Salvatore di Rio Sacro. E' il primo documento ed il più solenne, che tratta del nostro cenobio acquacaninese. La Bolla " Quoties a nobis " dell'11 maggio 1192 è indirizzata all'abate Pietro, che in quel tempo reggeva le sorti della nostra Badia.
Con essa, su richiesta dei Monaci, il Pontefice romano mette l'abbazia " Rivuli Sacri " sotto la protezione della Sede Apostolica, mediante l'annuo pagamento di due soldi lucchesi.
Tale documento di privilegio è riportato dal Turchi, nell'opera già citata (documenti XIX) sulla scorta di una copia autentica, fatta a Camerino il 22 agosto 1387, dal notaio imperiale Ser Paolo Lippi di Fiastra, il quale, prima di stenderne la copia, ce la descrive stesa su pergamena con il bollo di piombo " cum quibusdam filis de serico rubro et gialdo " ovvero con nastri di seta giallorossi. Mentre in appendice abbiamo trascritto il testo integrale latino, qui diamo una traduzione italiana di quella lettera apostolica che è la Magna Charta della nostra Acquacanina.

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Celestino, Vescovo, servo dei servi di Dio, ai diletti figli, Pietro abbate del Monastero di San Salvatore di Rio Sacro ed ai suoi confratelli che, presentemente o in futuro, professano la vita religiosa in perpetuo.
Ogni qualvolta ne veniamo richiesti, di buon animo è giusto che noi concediamo ciò che riconosciamo conveniente alla religione ed all'onestà, esaudendo i desideri e le numerose domande dei supplicanti. Per questa ragione, o diletti figli nel Signore, con clemenza accediamo alle vostre giuste suppliche e riceviamo sotto la protezione del Beato Pietro e la Nostra, il suddetto monastero di S. Salvatore di Rio Sacro, nel quale servite la Divina volontà e lo muniamo di tale privilegio con le presenti nostre lettere.
In primissimo luogo decretiamo che l'ordine monastico che, è risaputo, è stato istituito nel citato monastero secondo la regola di Dio e del Beato Benedetto, ivi in perpetuo ed inviolabilmente sia osservato. Perciò qualsiasi possedimento, qualsiasi bene che dal prefato monastero sia posseduto, giustamente e canonicamente, al presente, o che, per grazia di Dio, possederà in futuro, vuoi per elargizione di Re o di Principi, vuoi per offerte di fedeli, oppure per qualsiasi altro giusto motivo, rimanga fermamente ed integralmente acquisito a voi ed ai vostri successori.
Fra questi possedimenti elenchiamo i seguenti beni, denominandoli ognuno con il proprio vocabolo:
- il luogo stesso su cui è situato il predetto monastero con tutte le sue pertinenze28;
- la cappella di Santa Maria di Meriggio con tutti i suoi possedimenti e le sue pertinenze29;
- la cappella di Sant'Angelo di Campicino con tutti i suoi possedimenti e le sue pertinenze30;
- la cappella di Santa Lucia dei Cupi con i suoi possedimenti e le sue appartenenze31;
- la cappella di Sant'Angelo di San Genesio con i suoi possedimenti e le sue pertinenze32;
- tutti gli attuali diritti acquisiti sulla chiesa di Santa Lucia di Recanati;
- la chiesa di San Giacomo di Macerata con i suoi possedimenti e le sue pertinenze32bis;
- tre " mansi " nel villaggio di Bolognola e tre " mansi " nel Castello di Acquacanina33;
- tutti i diritti che avete sulla chiesa di Santa Lucia di San ginesio34;
- la cappella di San Pietro di Castelmanardo con i suoi possedimenti34bis;
- il campo di Campicino con le sue pertinenze;
- il manso del molino con le sue pertinenze35;
- il manso di Pietro Bonatti con le sue pertinenze36;
- il possesso di tutte le terre che sono sui monti di Pietralata, Collemondo, Vallefibbia, Fano Montanaro, Piaggia Vicciole con i boschi e le loro pertinenze37.

Nessuno ardisca esigere o estorcere da voi le decime, sia sugli uomini dei campi, che, con le proprie mani e a proprie spese, essi coltivano, sia sui foraggi dei vostri animali.
Sarà lecito a Voi accogliere, per la loro conversione, i chierici ed i laici, liberi e franchi, che volessero sfuggire il mondo e trattenerli, senza alcuna contraddizione, presso di voi.
Proibiamo per di più che a nessuno dei vostri frati, dopo che essi abbiano fatta la professione nel vostro convento, sia lecito allontanarsi dal convento stesso, se non munito del permesso del suo abbate, a meno che questo non accada per dedicarsi ad una regola religiosa più severa. E nessuno osi trattenere coloro che si allontanano dal convento all'infuori della citazione delle comuni lettere38.
Allorché dovesse essere lanciato l'interdetto generale sulla terra, sia lecito a Voi celebrare i divini uffici a porte chiuse, escludendo gli scomunicati, senza suono di campane, e a bassa voce; e parimenti decretiamo che la sepoltura nel Vostro luogo sia libera e che nessuno osi opporsi alla devozione ed alla volontà di quelli che delibereranno di essere seppelliti presso di Voi, all'infuori degli scomunicati e degli interdetti, salva tuttavia la giustizia di quelle chiese, dalle quali vengono raccolti i corpi dei defunti.
Venendo a morire te, attualmente abbate di questo convento, oppure qualsiasi altro dei tuoi successori, non venga proposto (ad abbate) alcuno con qualsivoglia astuzia, insurrezione o violenza, ma chi abbia il consenso comunque dei frati o il consenso della parte più sana di questi, venga eletto, secondo il timore di Dio e la regola del Beato Benedetto.
Decretiamo dunque altresì che a nessun qualsivoglia uomo sia lecito intimorire, perturbare il citato monastero, togliere ad esso i suoi possedimenti, trattenere o tagliaggiare le offerte ad esso destinate, oppure disturbarlo con qualsiasi vessazione, ma ogni cosa resti integra e sia conservata per coloro al cui governo ed al cui sostentamento sono state concesse, anche per il futuro, salva l'autorità della Sede Apostolica e la canonica giustizia del Vescovo diocesano.
Come riprova che questo Monastero sta sotto la protezione del Beato Pietro e la Nostra, ogni anno pagherete a Noi ed ai Nostri Successori, una moneta di due soldi lucchesi.
Se nel futuro, qualsiasi persona ecclesiastica o laica, sia tentata scientemente di infrangere questa nostra pagina costituzionale, sia una seconda ed una terza volta ammonita e se non correggerà il suo reato con una congrua soddisfazione, venga privata della sua podestà, dei suoi onori, della sua dignità e si ritenga rea, davanti al Divino Giudizio della sua perpetrata iniquità e sia allontanata dal Sacratissimo Corpo e Sangue di Dio e Signor Redentor Nostro Gesù Cristo e soccomba nell'ultimo giudizio alla divina vendetta.
A tutti coloro che osserveranno i diritti del citato Monastero, vada la pace del Signor Nostro Gesù Cristo e ricevano quaggiù i frutti della loro buona azione e trovino presso il Severo Giudice i premi dell'eterna pace.
Così sia! così sia!
+ lo Celestino, P. P. della Chiesa Cattolica.

Seguono le firme di dodici Cardinali di Santa Romana Chiesa, nell'ordine seguente:
Io Albino, vescovo di Albano
Io Giovanni, vescovo Prenestino
Io Pandolfo, prete cardinale della Basilica dei SS. XII Apostoli
Io Melior, cardinale prete dei SS. Giovanni e Paolo del titolo di Pammachio
Io Giovanni, cardinale titolare di S. Clemente, vescovo tuscolano
Io Romano, cardinale prete del titolo di S. Anastasia
Io Giovanni, cardinale prete del titolo di Santo Stefano al Monte Celio
Io Graziano, cardinale diacono del titolo dei SS. Cosma e Damiano
Io Gerardo, cardinale diacono del titolo di S. Adriano
Io Gregorio, cardinale diacono del titolo di S. Maria in Aquiro
Io Lotario, cardinale diacono del titolo dei SS. Sergio e Bacco
Io Nicola, cardinale diacono del titolo di Santa Maria in Cosmedin
Dato dal Laterano, per mano di Egidio, cardinale diacono
di San Nicola al Carcere Tulliano, il 4° delle Idi di maggio correndo la decima indizione, l'anno MCXCII dall'Incarnazione del Signore, secondo del Pontefice Nostro Signore Celestino PP. III.
Notiamo, così per inciso, che la Bolla di cui sopra, fa parte delle lettere apostoliche chiamate appunto litterae cum filo serico, in quanto tratta della concessione di una grazia, mentre le lettere comuni, i mandati ecc. erano dette litterae cum filo canapis o litterae communes. L'abitudine poi di firmare le Bolle papali da parte dei cardinali, residenti in Curia, come è il caso della Bolla in esame, data da Pasquale III (1099-1118). Fra i cardinali firmatari della nostra Bolla dobbiamo notare un nome che ha dominato e domina ancora il Medio Evo: Lotario,
cardinale diacono del titolo dei S.S. Sergio e Bacco; della celebre famiglia dei conti di Segni, successe a papa Celestino III, l'8 gennaio 1198 all'età di 38 anni. Il giovane pontefice assunse il nome, che la storia doveva immortalare, di Innocenzo III (1198-1216).
Altri due cardinali, firmatari, unitamente a Celestino III, Albino, vescovo di Albano, e Gregorio, del titolo di Santa Maria in Aquiro, furono suoi legati e conclusero con Tancredi il famoso concordato di Gravina, nel giugno 1194. Tancredi era riconosciuto re .di Sicilia, ma doveva fare atto di omaggio al Papa, il regno quindi diventava Vassallo della Santa Sede.
Abbiamo riportato il testo integrale della Bolla pontificia, ovvero della pagina costituzionale del nostro Cenobio acquacaninese, riproduciamo ora l'autentica del notaio nell'antico stile dell'epoca:
" Ed io Paolo Lippi di Fiastra, per autorità imperiale notaro del distretto della città di Camerino, trascrissi il soprascritto esemplare (la bolla pontificia) ed insieme all'egregio uomo ser Rodolfo Bartolomeo del Castello di Fiastra, notaro pubblico, pregato di sottoscriversi al presente esemplare, ne udii la lettura presso il venerato D. Francesco, canonico maggiore della Chiesa Camerinese, Vicario Generale del Reverendo Padre in Cristo e Signor nostro Benedetto, dottore dei decreti, per grazia di Dio e degnazione della Sede Apostolica, Vescovo Camerinese, sedendo al suo Tribunale, al solito banco di giustizia, esistente nel palazzo dell'Episcopio Camerinese, nella città di Camerino, situato presso le vie Vann. e Leopardi ed altri soliti confini, e poiché lo trovai conforme all'originale, lo stesi in pubblica forma, l'anno del Signore 1387, indizione X, sotto il Pontificato di Urbano VI, il giorno XXII del mese di agosto nel sopradescritto luogo, presenti, come testimoni, ser Rodolfo, ser Diotisalvi Bonaventura di Fabriano, D. Giovanni Pucci, canonico di San Giacomo, D. Nunzio Branche, canonico della chiesa di San Venanzio in Camerino "39.

SPLENDORE DI VITA MONASTICA

La bolla papale del 1192 è l'atto di riconoscimento dei privilegi, della potestà civile e religiosa della nostra Badia, rilasciato dalla competente autorità di Roma. E' il crisma della storia allo scomparso Cenobio acquacaninese, che pone la Badia di San Salvatore di Rio Sacro allo stesso rango delle sue celeberrime consorelle marchigiane e italiane.
L'importanza del nostro Cenobio la rileviamo anche dal fatto che ben nove erano le chiese alle sue dipendenze. In nove chiese quindi e sulle loro pertinenze, i monaci acquacaninesi avevano non solo giurisdizione religiosa, ma anche potestà civile. Tre sole di queste erano in Acquacanina, le altre sei erano sparse per la Marca, a Visso, a Sanginesio, a Macerata, a Recanati. In tutte queste città s'irradiava il nome della Abbazia di San Salvatore di Rio Sacro e di tutte queste chiese e terre Rio Sacro era il fulcro, il centro propulsore.
Dalla estensione dei suoi possidementi possiamo farci una idea di quale sia stato il lavoro dei monaci. La vasta bonifica della Vallata del Fiastrone ha un nome solo: Rio Sacro. Le propaggini verso la Valle del Chienti, verso Macerata, Recanati, Fabriano seguirono la bonifica locale. E, non dimentichiamolo, questa spaziava sui monti fino a duemila metri di quota. Non per nulla abbiamo premesso a questi nostri cenni storici la scheletrica descrizione orografica della nostra Marca. Non per nulla abbiamo citato i versi di Dante, riguardanti il nostro sistema montuoso: "Fra due rive d'Italia surgon sassi". L'Alighieri, che dimorò nelle nostre Marche, chiamando "sassi" il nostro Appennino, adopera una parola adeguata; che va interpretata nel suo più stretto significato letterale. Orbene questi sassi videro al lavoro i nostri monaci ed i nostri montanari, i quali impararono dai primi a lavorare i pochi centimetri di terra che ricoprono lo scoglio.
In tutti questi luoghi i monaci di Acquacanina hanno gettate le basi della civiltà del lavoro. Hanno bonificato terre, dissodato boscaglie, gettati i germi del progresso nell'animo dei primitivi e rozzi abitatori di questa plaga picena.
Abbiamo già visto quale fosse la condizione della nostra Italia e quindi anche del Piceno, dopo la caduta dell'Impero e l'invasione barbarica che la seguì. La miseria, le guerre e le distruzioni accrescevano lo spopolamento e quindi si fece sentire, in ogni dove, la mancanza di braccia da lavoro. Il contadino romana, alla mercè del primo prepotente circondato dai suoi sgherri o buccellarii, abbandonava la terra, sulla quale gli era impossibile vivere. I latifondisti romani fecero del tutto per impedire l'arruolamento, negli eserciti, dei loro coloni e per richiamare sulle loro terre i lavoratori offrirono, in cambio, protezione e un po' di terra in proprietà. La "villa" romana veniva così divisa in. due parti: la pars massaricia, coltivata da massari o coloni, ognuno dei quali aveva un manco o podere, in cambio del pagamento annuo di un censo in natura, o della prestazione di un certo numero di giornate lavorative; e la pars dominica, la parte del padrone condotta in grazia di queste prestazioni. Ogni villa era un piccolo centro, un piccolo mondo, sufficiente a se stesso, dove si produceva tutto il necessario alla vita; dal cibo, alla caccia, alla pesca, al vestiario fatto di rozza stoffa di lana lavorata dagli stessi villici. Ed ecco i monasteri benedettini, mentre intorno infuria la tempesta barbarica, riassumere queste forme di vita e creare un nuovo tipo di società, basata anziché sul concetto romano della villa di proprietà privata, su quello cristiano della solidarietà collettiva. I monaci quindi cominciarono a coltivare le terre e a farle coltivare dai coloni, ed intorno alle Badie si raggrupparono le famiglie ed il Monastero divenne così il nuovo centro economico autosufficiente, dove i servi ministeriales lavoravano le terre ed attendevano a tutte le opere, anche a quelle artigianali, per soddisfare sia ai bisogni propri, che a quelli di tutta la comunità. e non di rado, ciò che veniva prodotto in più, veniva venduto ed il ricavato era a beneficio del comune40.
Non c'è quindi da meravigliarsi se gli uomini di Acquacanina e di altri centri, si diedero al convento di Rio Sacro, divenendone i servi secondo gli usi e le leggi dell'epoca.
Quale autorità, in quel tempo di rapine, poteva proteggerli, se non la Badia? Non certo Ravenna, ultimo baluardo di un impero caduto e destinato a scomparire dopo aver compiuto il suo ciclo storico. Non certo i duchi longobardi di Spoleto. Non i vari signori che si andavano tagliando feudi nelle province smembrate, taglieggiando i miseri paesi, sottoposti alla loro giurisdizionale rapina. Chi poteva fornire loro gli strumenti del lavoro, gli attrezzi agricoli se non la Badia? E che v'è di strano se essi ricambiarono alla loro Badia i benefici ricevuti, con le corvées e le altre servitù, in uso a quei tempi?
Senza contare che, anche lì, come altrove i Monaci, sentendosi impari alla grande opera di bonifica, offrono ben presto ai nativi il contratto dell'enfiteusi, che doveva ben presto fare dei servi i padroni del suolo e " che conciliava gli interessi della Chiesa con quelli familiari del numeroso proletariato, per il quale la bonifica del suolo e la ricchezza del patrimonio ecclesiastico si risolvevano in aumento diretto del senso familiare e se molti liberi si offrirono a questo scopo servi della Badia, eo quod non possunt vivere, bisogna ricordare che tale servitù era preferita agli stenti della libertà " (Schuster, L'Abbazia imperiale di Farfa c. c.)41.
Anche dalla nostra Badia.di Rio Sacro fu concesso il contratto dell'enfiteusi. Il più celebre di questi è quello che riguarda la zona di Rio Sacro stesso. Da un'antica enfiteusi è nato infatti l'attuale Consorzio dei Particolari di Rio Sacro. E' questa una entità terriera che si è mantenuta attraverso i secoli ed è giunta sino a noi. Essa gestisce ancora la cosiddetta Montagna di Rio Sacro, il retaggio più cospicuo lasciato dai Monaci benedettini ai nativi di Acquacanina e che rappresenta, territorialmente, quasi un terzo di tutta la proprietà comunale.
Sul vecchio edificio del Comune, nella frazione di Piedicolle è murata una lapide a ricordo del fatto, del seguente tenore:
" D. O. M. Rev. D. Marius Abbas Paolutius, Rec. Ord. S. Maride Rivi Sacri Castri Aquae Caninae, locavit in emphiteusim perpetuum Communitati Aquae Caninae hoc terramentum in vocabulo Rivo Sacro pro annua responsione et canone scutorum decem septem monetae prout in istrumento sub rogito. D. Bernardini Lilii, notarii publici Camertis et ex Litteris Apostolicis de quibus in curia Episcopali Camerin. ad quod ".
La lapide, in pietra tufacea, porta lo stemma di Camerino e tradotta dice così:
" A Dio Ottimo e Massimo. Il Rev. Signor Mario Paoluzio (o Paolucci) abbate rettore ord. di Santa Maria di Rio Sacro, nel castello idi Acquacanina, locò in enfiteusi perpetua alla comunità -di Acquacanina questo terreno sotto il vocabolo di Rio Sacro dietro l'annua corresponsione e canone di 17 scudi di moneta come trovasi nello strumento rogato dal sig. Bernardino Lili, notaio pubblico di Camerino e nelle apposite Lettere Apostoliche conservate nella Curia Vescovile di Camerino ".
Nell'Archivio Comunale di Acquacanina (Ms. M) è tutt'ora conservata la pergamena riportante un Breve di Papa Urbano VIII del 1623. Detto Pontefice, richiamandosi ad un altro Breve del 1465 di Papa Paolo II, (Pietro Barbo 1464-1471) riconferma agli abitanti di Acquacanina l'enfiteusi sulla Montagna di Rio Sacro. Forse trattasi delle lettere apostoliche delle quali si parla nella lapide di cui sopra. Dal contesto di questa dovremmo pensare che un tempo essa era forse murata sui luoghi stessi di Rio Sacro. Il testo infatti dice " hoc terramentum " questo terreno, riferendosi al luogo in cui trovavasi.
Il complesso boschivo e montano della Montagna di Rio Sacro, intimamente legato alla storia della Badia del SS. Salvatore, seguì alterne vicende. Forse la secolare enfiteusi non fu rinnovata se nell'anno 1823, a seguito delle disposizioni emanate
da Pio VII, la Direzione Generale del 'Debito Pubblico, metteva in vendita, al pubblico incanto, la montagna di Rio Sacro. " Era desiderio - dice un atto notarile del 21 agosto 1853 - degli abitanti di Acquacanina di riottenere quella proprietà che in antico si possedeva come comunisti e perciò i Sigg. Vincenzo Ansovini e Francesco De Sanctis, ambedue di Acquacanina, diedero incarico a Roma, a persona perché concorresse all'asta ". Ciò fu effettivamente fatto il 14 agosto 1823 e per il prezzo di scudi 1020 la montagna ritornò agli Acquacaninesi. Intanto, prosegue il documento notarile citato, " inerendo li medesimi De Sanctis e Ansovini ai desideri dei popolani di Acquacanina e ai concerti prestabiliti, ammisero a partecipare uti singuli tutti quelli individui capi famiglia, oriundi e domiciliati in detto luogo, che bramarono associarsi a siffatto interesse e gli ascritti in allora giunsero al numero di novantuno, li quali poi soddisfecero al prezzo suddetto della montagna e alle relative spese di contratto ". L'atto notarile cita poi nominativamente i capi famiglia che ricostituirono l'eredità dei monaci di Rio Sacro. (Vedi in appendice i nomi di questi capi famiglia).

L'AFFRANCAZIONE

Anche i nostri acquacaninesi preferirono alla libertà, la servitù alla loro Badia. Fu solo nel 1349 che essi riscattarono il loro servaggio. L'opera però di affrancazione era cominciata prima di tale 'data. Da una pergamena dell'11 settembre 1284 (vedi Archivio Comunale di Acquacanina Ms. lettera P.) rileviamo che in tale data i monaci di Rio Sacro assolsero alcune famiglie di S. Maroto dall'obbligo di pagare, nel giorno del 15 agosto di ogni anno, festa patronale della chiesa di S. Maria de Merigu, il contributo di alcuni polli e di alcune coppe di grano e li esentarono dal fornire determinate giornate di lavoro al Convento.
Il 20 novembre 1349, sotto il Pontificato idi Clemente VI (1342-1352) l'abbate di Rio Sacro rilasciava un mandato di procura per liberare gli uomini di Acquacanina dal vassallaggio (vedi Ms./Z nell'Archivio Comunale di Acquacanina). L'anno seguente, 1350, fu messa in atto l'affrancazione. Troviamo infatti, sempre nell'Archivio acquacaninese, altre due pergamene (Ms. F e ZZ) con le quali venivano liberate dalla servitù alcune famiglie del luogo ed è facile trovarvi cognomi tuttora portati42.
Del primo istrumento, riguardante il mandato di procura dell'abbate di Rio Sacro, parla anche il nostro Turchi nell'opera più volte citata. Scrive infatti il nostro autore:
" Die autem 20 novembris 1349, homines Acquecanine subiectionem redemerunt, soluta monachis quadam pecuniarum parte, idque patet documento in Archivio illius Castri servato, quod nos legimus ": Il 20 novembre 1349 gli uomini di Acquacanina si riscattarono pagando ai monaci una certa quota in moneta e ciò risulta da un documento, conservato nell'Archivio di quel Castello e che noi leggemmo.
Racconta infatti il sullodato scrittore della Storia dei Vescovi Camerinesi, di una sua visita ad Acquacanina. Egli apprese la storia del nostro insigne Cenobio dalla viva voce del conte Paride Pallotta patrizio maceratese e da quella dell'abbate commendatario della Badia di Rio Sacro, nonché rettore di Acquacanina, Giuseppe Faricelli. Fu in tale occasione che egli lesse la pergamena di affrancazione del 1349, ivi ancora conservata.
E' un vero peccato che il Turchi si sia limitato a narrarci, in nota, il sunto scheletrico di cui sopra e non abbia invece riportato tutto quanto egli dice essergli stato illustrato dai due chiarissimi uomini del luogo, i quali non si saranno certamente accontentati delle poche parole, riferite dal nostro autore, ma in modo speciale il patrizio maceratese, lo avrà messo al corrente dei suoi studi in materia. Duecento anni fa la tradizione orale era certamente più viva ed il conte Pallotta si trovava ad Acquacanina per studi e ricerche sul nostro Cenobio. Ed ecco il testo del Turchi:
"De hoc insigni cenobio nonnulla proferam ad nostri operis ornamentum et monasticae historiae splendorem, quae stuo comitis Paridis Pallotta, maceratensis patritii, viri clarissimi, et a Iosepho Faricellio, hodie monasterio Riguli sacri abbate commendatario et Aquacanine populi rectore, huananiter accepi".
Cinquantuno anni prima che Acquacanina fosse dichiarata libera da ogni servitù, dovuta alla sua Badia, il 3 aprile 1298, era stato stipulato un atto di concordia fra il Monastero di Rio Sacro e la comunità di Acquacanina. Sedeva allora sulla cattedra di Pietro uno dei più grandi papi del Medio Evo, anche se uno dei più calunniati, Bonifacio VIII, ricordato appunto nello istrumento in parola43.
Terminata la servitù civile verso la sua badia, Acquacanina si avviò a diventare libero Comune nel Comitato di Camerino.
La giurisdizione ecclesiastica dei monaci benedettini continuò invece ad esercitarsi fino alla fine. Affrancando i suoi servi, il Monastero di Rio Sacro riconosceva esplicitamente la capacità giuridica dei nuovi cittadini e non solo questa. Esso aveva assolto, durante i secoli, il suo compito, aveva forgiato degli uomini, dei bravi operai, degli ottimi agricoltori, soprattutto dei bravi cristiani. Il tempo quindi non era passato invano. Gli anni avevano impresso alla valle del Fiastrone il suo aspetto di plaga civile.
La Badia, con la sua officina, le cui rovine si vedono ancora oggi sulle rive del Fiastrone, nella località detta appunto " le Tinte " e dove le saie venivano colorate, con la sua "valca", con le sue scuole, con il suo molino, con le sue fortezze e, sovra ogni cosa, con la sua organizzazione agricola, fu una vera e propria cittadella " messa a disposizione ad utilitatem extra laicorum, dove servi e coloni e chi avesse voluto, avevano appreso e potevano continuare ad apprendere arti e mestieri e a cercare ospitalità e protezione "44.
Che gli artigiani di Acquacanina fossero valenti e rinomati nell'arte della lana, ce lo conferma il già citato G. Colucci, nelle Antichità Picene. Egli riporta dagli annali dei frati Minori, il seguente fatto di cronaca: Bonizio da Camerino, religioso dotato di varie virtù, umile e caritatevole e paziente e la cui confidenza con Dio era stata sperimentata più volte, fu mandato dal suo superiore al " Castello di Cocanina " (sic) a cercare alcuni lavoranti per fabbricare " il panno dei frati ". Si era al tempo della mietitura, quindi durante il mese di agosto, " ed in contingenza di gran carestia ". Malgrado ciò, il nostro frate Bonizio, non solo trovò dodici operai, ma ebbe da quei popolani larghe elemosine fra le quali " certa farina, che miracolosamente moltiplicò ". Sembra di leggere una pagina dei Fioretti di S. Francesco, nati appunto a Sarnano, poco distante dal Fiastrone.
Ben dodici artigiani tessitori seguirono il Santo fraticello a Camerino, per tessere i vestiti di quel convento; ciò prova che la loro fama aveva sorpassato la Valle ed era corsa per le città circonvicine. Tale arte era ancora fiorente in Acquacanina nel 1878 e l'Amati ce ne dà notizia nel suo Dizionario Corografico già citato.
Non possiamo poi non rilevare la bontà d'animo dei nostri Valligiani, che, pur in tempo di scarsezza di mano d'opera e di gran carestia, furono generosi con il santo seguace del Poverello, dandogli larghe elemosine e fornendolo di una farina miracolosa, della quale, certamente, oggigiorno, si è perduto il seme portentoso.
Affrancato il paese, la Badia di San Salvatore continuò a prosperare. Nel 1373 ne abbiamo indirette notizie nell'antico manoscritto che narra la vita del Beato Ugolino da Fiegni. Il Lili, nel riportare i miracoli di questo insigne eremita dei Sibillini, ci narra che il Beato " a un monaco abbate, forse della vicina Badia di Rio Sacro, rendesse la sanità già perduta in tutti i suoi membri ". E' la prima volta che il Lili parla esplicitamente della nostra Badia. E a questo preciso passo della " Historia di Camerino " si riferisce Ottavio Turchi quando inizia la sua nota sulla Badia di Rio Sacro con queste parole: " Illius cenobi vix nomen profert Lilius in historia sua "45.
Nel santuario della Madonna di Macereto, nel plinto di sinistra del portale principale, è scolpito un monaco, che con la sinistra regge un libro e con la destra il cuore. L'opera fu scolpita nel 1563, è di scuola lombarda e dovrebbe rappresentare il nostro eremita, il Beato Ugolino da Fiegni.
Questi, prima di vestire il saio dell'eremita, fu un baldo cavaliere, di nobile discendenza. La sua famiglia, i Magalotti, erano conti di Fiastra ed a Macereto erano proprietari di un castello del quale si vedono ancora le mura. Detto castello fu ceduto nel 1259 al comune di Visso dal conte Magalotto, figlio di Pietro.
Ugolino partecipò con i giovani del suo tempo alla vita dell'epoca. A Visso aveva conosciuto una donzella anch'essa di buona famiglia, Clara de' Riguardati e se ne era innamorato follemente. Sennonché la fanciulla sfuggiva la passione del giovane conte di Fiastra, in quanto aveva deciso di farsi monaca ed entrare nel convento di Santa Chiara aperto recentemente in Visso. Ugolino non sapeva darsi pace. Dalla grata del parlatorio Clara salutò il suo giovane amico dicendogli che essa era morta al mondo e per sempre.
La vista della ragazza che aveva preso il velo per amore di Dio, scosse profondamente l'animo del nostro giovane. Nel santuario di Macereto pianse a lungo il suo amore perduto e ritrovò la sua vera vocazione. Avrebbe abbandonato il mondo, dedicandosi alla vita eremitica. Distribuì i suoi beni ai poveri e si ritirò in una grotta sulla montagna di Fiegni. Davanti a sé aveva lo spettacolo dei Sibillini, le cui vette invitano alla meditazione e tengono compagnia nella solitudine. Per 30 anni visse nella grotta. La notte dell'11 dicembre 1373, assistito dai pastori, volava al cielo l'anima di quello che fu il conte Ugolino Magalotti, diventato, per amore, l'Eremita dei Sibillini.
Poi le cronache tacciono di nuovo. Sappiamo da un manoscritto (Ms. K archivio di Acquacanina) che l'abbate di Rio Sacro, nel 1460, dà a cottimo le terre lavorative di Rio Sacro, mediante il pagamento di 24 fiorini l'anno. Sappiamo anche che la nostra Badia pagava regolarmente le tasse alla Camera Apostolica. Agostino Lubin46, celebre agostiniano francese nella sua classica opera " Breve Notizia sulle Abbazie Italiane " scritta a Roma nel 1693, a pag. 325, così parla testualmente della nostra: " Abbazia del titolo di S. Maria di Rio Sacro, dell'ordine di San Benedetto, nella diocesi di Camerino. Di essa si parla nel Codice delle Tasse della Camera Apostolica ".
Il card. Passionei, di Fossombrone, annotò il libro del Lubin, fece interfoliare il suo volume e valendosi dei codici della sua privata libreria, corresse ed annotò per ciascuna Badia elencata, la tassa da pagarsi alla Camera Apostolica. Per la nostra Badia aggiunge: de Rivo Sacro, sive de Aqua Cumina, ed annotò la tassa pagata, fiorini 33 e mezzo47. In merito vedi anche: Additiones et Annotationes ex manuscripto Bibliothecae Angelicae, curante Henrico Celani - Roma Tip. Poliglotta, anno 1895, pag. 71. Ed il Turchi, nella sua opera citata, aggiunge: " Rio Sacro et Aqua Cumina vici ad invicem millie passuum dissiti ad fontes Torrentis Fiastra in Piceno, sive marchia Anconitana. Novem circiler millibus pasuum Camerino distantes, orientem hiemalem versus. Erat etiam sub titulo S. Salvatori ut legitur in Veteri Codici Taxae Cameralis ".
Come si rileva in questi documenti ufficiali riguardanti le tasse da corrispondere, la nostra Acquacanina assume il suo secondo nome di Acqua Cumina.

LA BADIA CAMBIA NOME

Siamo ora giunti ad una svolta della nostra storia. Dai documenti sopra riportati balza evidente un fatto nuovo. Ci troviamo di fronte ad una nuova denominazione della nostra Badia: San Salvatore di Rio Sacro, cede il posto a Santa Maria di Rio Sacro. D'altra parte è evidente che si tratta della medesima comunità. In che anno i Benedettini abbandonarono la Valle di Rio Sacro per trasferirsi nella loro dipendente Chiesa di Santa Maria de Merigu? E' difficile rispondere a tale domanda. Dobbiamo attenerci alle poche notizie che ci dà il Turchi nel suo Camerinum Sacrum.
" Stette il Cenobio, con i suoi monaci, sino alla metà circa XV secolo. Risulta certamente dalle carte del nostro monastero che nel 1440 era ancora in pieno splendore ". Florebat adhuc - dice il testo latino. " Ne reggeva le sorti l'abbate Mazzutelli, ed era Sindaco Simone Machelotti (o Magalotti) ambedue nobili cittadini di Camerino. Nell'anno 1500, il Vescovo di Camerino, Fabrizio Varano ne fu Commendatario e forse fu il primo. Decadde quindi il Monastero ed il tempio e la chiesa abbaziale e parrocchiale fu trasferita in quella di S. Maria di Meriggio, della quale parlano le sullodate lettere apostoliche di Celestino III ".
Sin qui Ottavio Turchi, del quale diamo in nota il testo originale latino48. Del resto queste notizie concordano con la documentazione scritta.
Abbiamo già citato il manoscritto con il quale l'abbate di Rio Sacro affittava, nel 1460, i terreni seminativi della Valle. In tale anno la Badia era in piena efficienza, e l'anno in cui l'istrumento fu steso è di poco superiore alla data citata dal Turchi. Anche la notizia che nel 1500 il Vescovo di Camerino, Fabrizio Varano, fu nominato abbate commendatario di Rio Sacro è suffragato dal " Censuarium Sanctae Marie de Rio Sacro de Aquacanina " esistente nell'Archivio parrocchiale. Da questo grosso volume, artisticamente rilegato in pelle, anche se in cattive condizioni, rileviamo che 36 anni dopo, nel 1586 fu abbate commendatario della Badia, il protonotario apostolico Filippo Clodio, o più propriamente, Claudi, da Caldarola. Iniziò così l'epoca degli abbati commendatari e quindi la rovina della Badia. La commenda infatti era un ripiego: si affidava un beneficio ecclesiastico, in modo particolare badie e conventi, a chi non ne era titolare. Era quindi naturale che l'istituto della commendazione degenerasse presto in abuso e l'abuso diventò generale a partire dal periodo avignonese. I Commendatari sperperarono i beni dei conventi, dove non dimoravano affatto. Non si occuparono a volte nemmeno del servizio divino e spesso eran chierici senza neppure il diaconato. Il concilio di Lione e quello del Laterano si occuparono della cosa, ma la commenda fu più dura dei Concili. Non sappiamo se questo accadde anche nella nostra Badia. Certo è che la sua decadenza coincide con la serie degli abbati commendatari, i quali riscuotevano i censi in una vasta zona: Bolognola, Cupi di Visso, Castro Fiastre, Castro Floris de Monte, Castro Plebis Bovillane, Castro Sacto Genesio e dal " Censuarium " citato si potrebbe rilevare l'importo che andava ad impinguare le borse di siffatti abbati.
Sancta Maria de Merigu: San Salvatore di Rio Sacro, cedeva il posto a Santa Maria di Rio Sacro. Sembra quasi vedere la mano di Dio in questo cambio di nome. Ci si potrebbe vedere una misticità commovente: il Salvatore che cede il passo alla di lui Madre.
Era questa chiesa una dipendenza della Badia; essa fu certamente eretta intorno al Mille e fa parte dell'inventario ufficiale di cui alla bolla Quoties a nobis. In essa i benedettini, oltre al titolo, trasportarono gli arredi sacri del loro antichissimo convento. Questa erede del glorioso titolo abbaziale, fu costruita a ridosso del M. Vallefibbia, in un dolce pendio, che declina verso il Fiastrone. Davanti ad essa, sui declivi del M. Bagnolo, si snoda il rosario delle casette di Acquacanina, sull'opposta sponda del Fiastrone. Il fiume le scorre ai piedi per andare a gettarsi nel pittoresco lago artificiale di Fiastra, che nasce a qualche centinaio di metri dalla chiesa. Dal piazzale, davanti al presbiterio si può ammirare uno dei più bei panorami della zona. Fiegni arrampicata sul monte, fra il verde dei boschi, chiude la valle e si specchia nelle acque azzurrine del lago. Dalla parte opposta invece i Sibillini riprendono il loro aspetto rude ed alpestre. Sembra quasi che i Monaci di S. Benedetto, dopo secoli di segregazione fra le gole impervie di Rio Sacro, volessero ritornare ad un paesaggio più umano, tanta è la diversità dei due luoghi.
In Santa Maria di Meriggio, la comunità benedettina trasportò certamente i manoscritti, i documenti del vecchio Cenobio della Valle del Salvatore. Non è infatti ammissibile che un convento benedettino li abbia dispersi o distrutti. E' troppo notorio che essi sono stati nei secoli le sicure ed uniche cittadelle della cultura, i gelosi conservatori del nostro patrimonio artistico. E poiché, all'infuori dei manoscritti citati, null'altro è stato ritrovato, dobbiamo supporre che le carte furono trafugate o andarono perdute per incuria di chi, succeduto ai monaci, non intese il dovere di conservarle.
Nel 1672, quando il Turchi scriveva le sue note, che stiamo seguendo, e parlava con i due eminenti personaggi di cui sopra, esistevano ancora dei documenti, ora smarriti. E' troppo categorica l'affermazione del nostro chiarissimo autore, là dove egli asserisce: "Certe, anno 1460, ex schedis illius monasterii....". Questa frase vale quanto: ho visto io stesso le schede in parola! Da dove infatti poteva egli desumere i nomi dei due patrizi camerinesi, che in quell'epoca, reggevano le sorti della Badia e del Comune, se non dalle citate schede? E del resto la tradizione orale vuole che esistessero perfino le cronache manoscritte del Cenobio acquacaninese.

IL CROCIFISSO DI RIO SACRO

Fra le opere pregevoli, trasportate a Meriggio, la più importante è il miracoloso Crocifisso: il SS. Salvatore. Esso ha dato il suo nome alla valle dove sorgeva il primitivo Cenobio. E' dal Crocifisso che il Rio e tutta la zona si chiamò sacra. Sappiamo, inoltre, che il venerato Crocifisso era somigliantissimo a quello già esistente in Roma, nella Basilica di S. Paolo fuori le mura e che andò distrutto nell'incendio di questa, nel 1823. San Paolo, come è noto, è anch'essa una Badia Benedettina, ed il fatto dell'esistenza, nelle due Badie, di due copie dello stesso crocifisso, forse sta a significare una qualche relazione fra il monastero montano di Acquacanina e quello più celebre della città eterna.
Trattasi di una pregevole scultura in legno, raffigurante il Cristo in Croce, opera che, secondo noi, risale ai primordi della Badia prima del Mille; al secolo XI, invece, secondo altri. Questo crocifisso, oltre ad essere un'opera d'arte, fra le più pregiate ed antiche, non rappresenta il volto sofferente del Divino Redentore, ma sembra che l'ignoto artista abbia voluto dare al viso del Cristo, un qualche cosa del riflesso divino e vi ha scolpito, non l'umano dolore della morte, ma la vita e la maestà della Divinità. Ed è questo che ci fa supporre che il crocifisso sia anteriore al secolo XI.
Dobbiamo infatti constatare che il crocifisso di Acquacanina non ha nulla di comune con le solite immagini, che siamo usi vedere. La scultura lignea, secondo noi, si riallaccia alle opere d'arte che rappresentano il cosiddetto tipo ellenico del Cristo, dove la figura del Redentore veniva raffigurata sulla Croce, dove il Cristo non sembrava soffrire, ma trionfare. Dal IV secolo al VII secolo l'arte cristiana, come simbolo ed espressione di una società nuova, trionfante sulle rovine del paganesimo, è solita raffigurare il Cristo come Dominatore, come Dio. Anche dopo il Concilio di Calcedonia (451), in cui venne definita la dottrina cattolica delle due nature nel Cristo, l'arte continuò a rappresentare, anche nelle scene della passione, il trionfo del Salvatore, il quale viene sempre figurato vivente sulla Croce e senza nulla che rammenti la sofferenza della sua Umanità. Nell'arte occidentale, dal VI al X secolo, rimase viva questa tradizione ellenistica ed il nostro Crocifisso si riallaccia sicuramente a questa, anche nel fatto di essere confitto alla croce con quattro chiodi, come soleva fare la primitiva iconografia della crocifissione, del resto più aderente alla realtà storica.
Forse a nessuna altra immagine del Salvatore, come a questa, possono applicarsi le parole: huc me meus impulit ardor! Qui mi ha condotto il mio amore per voi! E' infatti l'amore che spira da questa magnifica scultura. L'umana divinità dell'Amore incarnato dà al venerato simulacro un carattere tutto particolare che oseremo definire unico nel suo genere. Non solo quindi opera d'arte e somma opera d'arte, ma anche e soprattutto una idea sovranamente religiosa, una misticità tutta benedettina, che ispira una devozione non di tormento, ma di calma e di filiale fiducia in Colui che sembra ripetere dal suo patibolo, più glorioso di un trono: - Venite a me, Voi tutti che siete oberati dalle fatiche e vulnerati dalle traversie della vita, ed io vi ristorerò -.
Sembra infatti di vedere il Cristo, non come nelle ore della sua tremenda agonia, non come nella sua terribile morte, ma come fu invece durante la sua vita terrena, dove passò facendo del bene. Eppure si tratta di un crocifisso. Il capo non è reclinato, gli occhi non sono chiusi, la corona di spine non deturpa il suo capo divino, che, eretto sulle spalle, guarda davanti a sé con occhio regale e misericordioso. La stessa croce sulla quale è inchiodato non è la solita croce che siamo abituati a vedere, sono veramente le due tavole del patibolo.
L'intenzione dell'artista è evidente: fare risaltare la divinità del Salvatore nella sua Umanità e mostrarci Dio, inchiodato alla Croce. Egli ha fatto di questo rozzo strumento di morte, un trono glorioso. Si potrebbe fare a meno dei due assi ed il Crocifisso nulla perderebbe della sua potente espressione. Fu questa certamente l'intenzione dell'ignoto scultore e francamente ci è riuscito in modo sorprendente.
Circa la venerazione dalla quale è circondato il Crocifisso, in tutta la Vallata dell'Alto Fiastrone, possiamo dire che la frase del Turchi: " summa prosequebatur religione " è ancora attuale49. E' altresì esatto che il SS. Salvatore è insigne per i suoi miracoli e gli acquacaninesi hanno per esso un affetto che dura da secoli. E' il documento più bello, il retaggio più caro e più sacro, lasciato ad essi dai monaci della loro Badia.
Narra la leggenda, che trasferito il Crocifisso nella Chiesa di S. Maria di Meriggio, i buoni abitanti di Acquacanina si accorsero che, durante la notte, Egli si era miracolosamente riportato alla sua vecchia dimora. Corsero essi nella Valle di Rio Sacro e vi trovarono infatti il venerato simulacro. Tentarono con ogni mezzo di spostarla, ma la Croce sembrava diventata di piombo ed ancorata alla terra. Non riuscirono, per quanti sforzi facessero, a sollevarla di un pollice. Lo stesso accadeva per la leggendaria campanella che ancora oggi adorna la cappella del Salvatore. Persino i buoi, portati sul posto per rimuovere gli oggetti sacri, non riuscirono nell'intento. Fu solo dopo che gli acquacaninesi fecero voto di consacrare al Crocifisso una speciale cappella, nella nuova chiesa abbaziale, che essi riuscirono a fare il trasloco. E la processione si snodò lungo la strada di Rio Sacro, preceduta da un bambino che reggeva fra le sue braccia la miracolosa campanella, che due paia di buoi non erano riusciti a smuovere. Sin qui la leggenda. La cappella fu poi veramente costruita ed ospita tuttora il SS. Salvatore.

SOTTO LA SIGNORIA DEI VARANO

Intanto, nella Valle di Rio Sacro, le vecchie mura dell'Antico Ascetorio andavano in rovina. Ancora oggi se ne possono ammirare i ruderi, forse più consistenti al tempo in cui il Turchi scriveva:cuius reliquae vix hodie supersunt. Come in religioso pellegrinaggio, chi scrive queste note, ha voluto visitare i luoghi santificati, sia dalla presenza del miracoloso Crocifisso, sia dai Santi monaci benedettini. La valle del Salvatore merita il suo appellativo di sacra. Nell'immenso silenzio dei boschi, davanti alla maestà dei monti, nel meraviglioso linguaggio delle cose inerti, si sente una sola voce: quella del Rio. E' una voce argentina, che viene -da lontano e si perde lontano ed il mormorio delle acque sembra continuare la preghiera liturgica dei monaci di S. Benedetto. Le pietre dell'antica costruzione si scorgono ancora qua e là, come mute testimonianze di un tempo irrimediabilmente passato. E le cime dei Sibillini sembrano dei giganti, che dall'alto fanno la guardia a questo glorioso passato, essi che furono i muti testimoni della difficile bonifica benedettina.
Caduto il dominio benedettino, trasportato in altra chiesa il titolo glorioso della Badia, il Castello di Acquacanina, già appannaggio di S. Benedetto, diventò libero comune o passò sotto la dominazione dei da Varano, signori di Camerino. Prima che questi si impossessassero del Ducato, ottenendone l'investitura dalla Chiesa, Acquacanina, politicamente, faceva parte del Patrimonio di S. Pietro. Già alle Idi di Marzo del 1246, il card. Sinibaldi, del titolo di S. Lorenzo in Lucina, legato del Papa nella marca d'Ancona, prodigò molti privilegi alla città di Camerino e ne confermò i possedimenti, fra i quali figura il nostro Comune di Acquacanina. La sua sorte fu quindi legata alle vicende della città appenninica.
I da Varano iniziano la loro dominazione con Gentile I, il quale, nel 1259, dopo che Percivalle Doria, luogotenente di Re Manfredi, ebbe quasi distrutta la città di Camerino, radunò i cittadini sbandati e ricostruì la città della quale fu acclamato secondo fondatore e fu questo l'inizio della loro signoria, che i Papi riconobbero loro in cambio dei servizi, che essi resero allo stato pontificio. Infatti, la famiglia dei da Varano, diede alla Chiesa illustri capitani come Bernardo, sotto Giovanni XXII, Rodolfo II che fu uno dei più brillanti condottieri del suo tempo. I membri di questa famiglia furono quasi sempre in lotta fra loro. In un atto idi divisione tra i fratelli Varano, fatto dal Vescovo Giovanni di Camerino, nel 1429 si legge che i membri della ducale famiglia, alla presenza del suddetto presule, invocato lo Spirito Santo, estrassero a sorte, fra loro le zone del Ducato da un berretto nel quale "quatuor palluctae jacebant". In ognuna di quelle pallottoline era un foglietto di carta e su ogni foglietto la sorte, la felicità ed i beni dei paesi del Ducato, e fra essi la nostra Acquacanina. Giovanni II, Gentil Pandolfo, Berardo e Pier Gentile sembrarono con tale gesto voler porre fine agli inganni, alle lotte fratricide e alle civiche lotte, che in pochi mesi portò la stirpe varanesca a quasi soccombere. Fu così che il Castrum Aquacanine ed il Castrum Colle Mensis (Collemese) toccarono a Gentile Pandolfo Varano; a Berardo toccò fra gli altri il Castrum Bolognole. A Piergentile Varano il Castrum Fiastrae, finalmente a Giovanni Varano il Castrum Fiegni. La nostra Valle dell'Alto Fiastrone era sistemata. Così, in quell'epoca in cui il diritto di voto e l'autodeterminazione dei popoli non esistevano ancora, si dividevano città e campagne e la nostra Valle, su di una profondità di 15 chilometri, ebbe ben quattro padroni.
La divisione, come detto, non impedì che i Varano facessero una brutta fine. Piergentile fu catturato e messo a morte dal Rettore Pontificio della Marca: Giovanni Vitelleschi; Berardo fu ucciso a Tolentino. Una congiura fu ordita contro tutta la famiglia e vi perirono i superstiti fratelli. Si salvarono il figlio di Piergentile I, Rodolfo e Giulio Cesare, figlio di Giovanni Il. I due figli furono acclamati duchi di Camerino e, sotto la loro signoria, lo stato camerinese ebbe prosperità e ricchezza. Purtroppo, questo rifiorire del Ducato, fu interrotto bruscamente da Cesare Borgia. Il duca Valentino conquistò Camerino, catturò Giulio Cesare e tre suoi figli, che fece strangolare: ma la strage non fu completa nemmeno questa volta, in quanto Giovanni Maria riuscì a scampare all'eccidio.
Nelle lotte sostenute dai da Varano di Ferrara per la conquista del Ducato, contro la Duchessa Caterina Cybo Varano, gli abitanti di Acquacanina parteggiarono contro la Duchessa. Ci racconta il Lili, nella sua Historia, che Ercole Varano, del ramo di Ferrara, imparentado agli Estensi, dimorante allora nel Castello di Pioraco, tirò molti dello Stato a seguirlo e questi furono gli uomini di Acquacanina, Fiastra e Bolognola. "Ad essi fu persuaso dai Varano che sariano loro i beni dei cittadini al fine di quella campagna". Nel febbraio del 1528, Mattia ed Alessandro Varano, alla testa di 200 cavalli, 400 fanti del contado e 100 forestieri, sorpresero il Borgo di Camerino. Ma i fanti della Duchessa ruppero tali milizie raccogliticce e le dispersero. Venti uomini rimasero sul terreno. Molti furono fatti prigionieri, fra i quali 22 furono appesi ai merli di Porta Giulia. Mentre in Camerino la Duchessa si armava contro altre sorprese si seppe che Mattia da Varano si era portato a Fiastra dove "concitava gli uomini di Acquacanina e Bolognola a prender l'armi contro la Duchessa ". Ma crediamo che i 22 impiccati di Porta Giulia sconsigliassero i nostri pacifici villici dal ripetere le loro eroiche gesta. Lo stesso Ercole fu catturato da Guidobaldo della Rovere.
Del resto i buoni villici della nostra Valle del Fiastrone non vissero certamente sempre male, sotto il dominio dei Varano, che, fra tutti i principi e signorotti italiani, furono certamente fra i più umani. A tale proposito citeremo il fatto che, Gentile da Varano, ottenuta l'investitura da Paolo II, nel 1468, governò saggiamente il Ducato. Le genti del contado erano preferite a tutti nelle udienze, accarezzate e ben volute, scelte per le milizie e " riuscendo alcun soggetto dello Stato di spirito, era facilmente preferito ai cittadini nelle cariche pubbliche, benché principali, onde Giovanni d'Antonio, originario del Castello di Fiastra, fu, per molti anni, ufficiale della guardia, che era il principale negli offici, come che in alcune cose amministrasse giustizia " (Lili, opera citata).
Guidobaldo della Rovere, che aveva sposata Giulia Varano figlia di Giovanni Maria, quando Paolo III salì sul trono pontificio e scomunicò Caterina Cybo, Giulia Varano e Guidobaldo stesso, lanciando anche l'interdetto su Camerino, optò per il ducato di Urbino e rinunciò ad ogni suo diritto su quello di Camerino. Ottavio Farnese, nipote del Papa, fu investito del ducato camerte. Nel 1539, il 7 gennaio, il commissario papale Ascanio Paryani da Tolentino, Vescovo di Rimini prese possesso del ducato a nome della Chiesa. Nel 1345 lo stesso Ottavio Farnese rinunciò ai suoi diritti e Camerino passò definitivamente sotto le dirette dipendenze della Chiesa, e con essa tutta la Delegazione Apostolica.
Dei Duchi Varano, oltre al castello munito, del quale parliamo appresso, Acquacanina conserva ancora dipinto sulla facciata di casa Giori, in oppio, un grande stemma. I colori primitivi sono molto sbiaditi, comunque lo stemma è abbastanza chiaro, sotto di esso, a destra ed a sinistra, altri due stemmi più piccoli, che non ci è stato possibile identificare.

IL CASTELLO DI VALLECANTO

Abbiamo trovato nell'Archivio comunale di Acquacanina altri documenti e pergamene, i quali però riguardano, quasi tutti, convenzioni con i paesi finitimi. Così è del 1507 una sentenza, un lodo di Giovanni Maria Varano sui confini fra Fiastra ed Acquacanina (Ms. N.). E' del 1550 una convenzione analoga fra Visso, Bolognola, Fiastra ed Acquacanina (Ms. V).
E' del 1542 la convenzione fra Visso e la comunità di Acquacanina (Ms. Q), a proposito della quale ci piace riportare una Riformanza del Comune di Visso del 19 giugno 1541, quindi anteriore di un anno alla convenzione che sanciva la pace fra i due comuni montani, stabilendone i confini. La citiamo nel testo latino, facilmente comprensibile: " ad hoc ut Communitas, negligentia seu ignorantia, non perdat quod suum est, magnifici domini Priores, faciant quaerere in archivio communis tam in libris Maleficiorum et catastorum, quam etiam in libris Damnorum datorum et Statutorum, omnia jura facentia pro communitate Aquacaninae comitatus Camerini, occasione terminatione finium versus Rivum Sacrum ac de inventis copiam
extrahere ad hoc ut super cos habeatur et haberi possit consilium a legum doctoribus".
Visso quindi era invitata a documentarsi per discutere la vexata quaestio dei confini ed ordinava ai suoi Magnifici Priores di ricercare nei documenti di archivio tutti i diritti acquisiti contro la comunità di Acquacanina.
Questa ricerca fu contemporanea alla riorganizzazione dell'Archivio Municipale di Visso, voluta dal giovane Ottavio Farnese nipote di Paolo III, al quale dallo zio era stato concesso al Ducato di Camerino.
Vi è poi una pergamena, in cui l'anno è indecifrabile (Ms. D). Trattasi dell'istrumento di donazione fatto da un certo Finiguerra, figlio di Leone, a favore della comunità di Acquacanina della metà dei suoi beni. Il Finiguerra, donante per quattrocentocinquanta libbre ravennati, a favore di Corrado e figli di Affreduzio, aveva la Signoria non solo sovra tutte le famiglie, che si nominano nell'istrumento, ma l'aveva altresì sopra la loro possidenza e perciò sempre, dopo nominato il capo famiglia, si aggiunge cum suo manso, con il suo podere, con la sua proprietà intiera o in parte: di uno si dice cum manso uxoris, dato che il marito non doveva possedere alcuna cosa. In segno del riconoscimento del dominio o del vassallaggio le famiglie, nominate nello strumento, ogni anno pagavano al Finiguerra una o più "frittate" una o più "parti di maiale", una o più focacce o "crescie" cotte sotto la cenere.
E l'elenco delle pergamene, del quale avemmo occasione di occuparci altrove, termina con un Breve di Innocenzo XI, testè elevato agli onori dell'altare, del 10 luglio 1686, con il quale il papa su richiesta di Giuseppe Bucci di Acquacanina, dichiara la Bandita sulla montagna di Ragnolo.
Ci siamo alquanto dilungati sulla signoria dei Varano, perché essa ha lasciato nel nostro paese le sue tracce, ancora visibili. Vogliamo alludere al Castello di S. Margherita, già menzionato e ricordato nel dizionario del Magrini Vaccari.
Ai piedi della frazione di Vallecanto, passati gli scoscesi dirupi delle Ripe e dei Trocchi, in una posizione ammirevole dal punto di vista panoramico, sporge dalla montagna, di fronte al M. Coglia, un promontorio, che taglia in due la valle del Fiastrone. Il fiume scorre rumorosamente ai piedi di esso, nella strettoia che viene a formarsi. Proprio al centro del promontorio si ammirano, ancora ben conservati, i ruderi di un castello che la tradizione vuole sia stato dei Varano. Verso i Trocchi, proprio dove la strada attuale fa un gomito pauroso, seguendo la conformazione del Monte, al quale è aggrappata, si apre la porta d'ingresso della fortezza, pervenuta a noi nell'interezza del suo magnifico arco in pietra bianca. La strada che ora passa fra il Castello e la frazione di Vallecanto, era allora tracciata più in basso ed immetteva nel forte per la porta di cui sopra e ne usciva dal lato opposto da un'altra porta anche essa tuttora in piedi. Il tracciato della vecchia strada è ancora visibile. Tutto intorno corrono le mura di cinta, in alcuni punti ancora ben conservate, con le loro feritoie. Ai quattro lati del Castello murato, quattro solide torri, delle quali rimangono le massicce fondamenta. Al centro del forte, a cavaliere del promontorio, s'erge la chiesetta romanica di Santa Margherita con l'ingresso verso Vallecanto. Che la sua costruzione sia posteriore alla dominazione civile della Badia di Rio Sacro,lo desumiamo dal fatto che non v'è menzione di essa nell'elenco dei Beni di cui alla Bolla pontificia " Quoties a nobis " di Papa Celestino III. Certamente, quindi, Castello e Chiesa furono edificati dopo il 1192. Possiamo presumere che essi vennero costruiti versi il 1400 o giù di li, a giudicare anche dalle date, apposte su alcuni affreschi, che ornano le pareti della cappella.
Il primo di questi affreschi, in cornu evangelii, rappresenta una grandiosa crocifissione (m. 1,59x2,96). A sinistra del Crocifisso, sono raffigurati S. Cristoforo e S. Margherita, a destra invece S. Agostino e S. Sebastiano. Il Cristo, rivestito di una tunica rossa, il "colobium" dei pittori del 750, è in malo modo ritoccato. Fu fatto dipingere da certo Ser Arcangelus di Acquacanina nel 1490 per lo scioglimento di un voto, fatto alla morte di una sua figlia, deceduta per peste ed ivi temporaneamente tumulata. Da notare che la famiglia del mecenate è tutt'ora florida in Acquacanina dopo ben 480 anni. Il Bambino Gesù recato a spalla da S. Cristoforo tiene in mano un cartiglio con la scritta: " Cristo f ori collo sedo crimina tollo ". Sotto l'affresco invece corre la seguente iscrizione in caratteri gotici:
" MCCCLXXXX et mense augusti dicti anni ad laudem et reverentiam Omnipotentis Dei atque gloriose matris Marie et aliorum eius sanctorum + hoc opus fecit fieri ser Arcangelus de Aquacanina propter votum per eum factum tempore quo eius filia e morbo pestifero decessit et sepulta fuit in hac ecclesia per annos quatuor ante cuius anima in pace requiescat + Laus Deo".
Il secondo affresco è sul lato sud est della chiesetta e copre una parete di m. 3X3 con cuspide triangolare ribassata al disopra, rappresenta nel rettangolo inferiore tre grandi figure e quasi al centro si sprofonda in una nicchia ricavata da una finestrina a forte strombo: a sinistra la Madonna della misericordia, sul fondo della nicchia S. Francesco e sugli strombi a sinistra S. Giovanni Battista a destra S. Lorenzo, di cui resta solo la parte inferiore riconoscibile dalla graticola e dalla dalmatica, sull'archetto un angelo orante. A destra nella nicchia due sante l'ultima delle quali è S. Caterina d'Alessandria. Nella lunetta, della nicchia, quasi abrasa, la scritta. " Hoc opus fecit fieri Gualterius de dicto loco MCCCCIIII "50.
Il Romani attribuisce il primo affresco, quello della Crocifissione, al pittore camerinese Girolamo di Giovanni, conosciuto anche come Girolamo da Camerino. Che questo pittore lavorasse nella nostra vallata lo desumiamo anche dall'edicola Cruciani in Villa Malvezzi a Bolognola da lui affrescata51. Un'altra sua tavola, conosciuta sotto il nome di S. Michele Arcangelo, per la Chiesa di Bolognola, fu venduta, non si sa da chi, per sole lire 3600 all'antiquario Sangiorgi di Roma, nel 1907. Del resto il di Giovanni ha sicuramente affrescato anche l'altra chiesetta di Acquacanina ed abbiamo già parlato del suo magnifico S. Sebastiano, in un'altra parte di queste nostre note.
Una fortezza presume assedi e battaglie, ma nulla di simile ci è stato tramandato sul nostro castello varanesco. Ricordiamo solo alcune frammentarie notizie riferiteci da un certo Raffaele Milani, morto da parecchi anni. Egli ci confidò di essere in possesso di alcuni documenti dai quali risultava che un nostro antenato era stato castellano di S. Margherita. Più tardi abbiamo fatte diligenti ricerche in quanto pensavamo che la documentazione avrebbe potuto riuscire interessante per la nostra storia; purtroppo nulla abbiamo trovato.
La solita leggenda poi narra che nel castello in rovina sia seppellito un tesoro, ma purtroppo a guardia di esso trovasi il principe dei demoni in persona (!). Alcuni volenterosi, in passato, armati di badile (avevano però dimenticato l'aspersorio) avrebbero tentato di venirne in possesso, ma appena iniziato lo scavo, uno scaturire di fiamme avrebbe loro impedito di continuare, costringendoli a battere in precipitosa ritirata.

LA PICCOLA CASTELLANA DI VALLECANTO

Nel mese di agosto del 1440, Acquacanina ospitava nel suo castello dei Varano, un pittore di grido: Girolamo Di Giovanni. Dalla nativa Camerino egli era stato chiamato al castello di Vallecanto da un ricco signore acquacaninese oltre che da un amante delle belle arti. Era questi ser Arcangelus, castellano della fortezza, costruita dai duchi di Camerino, sul promontorio di fronte al M. Coglia, a difesa della Valle del Fiastrone. Una solida costruzione in pietra locale, con quattro torri quadrate, due verso il fiume, due verso il M. Ragnolo, verso le Ripe, legate fra loro da solide mura, i cui ruderi ancora oggi resistono alle ingiurie degli anni.
Il pittore era stato convocato dalla vicina città con uno scopo preciso. Egli doveva affrescare le pareti della piccola chiesetta romanica di S. Margherita, costruita nel perimetro del castello e questo suo lavoro artistico doveva servire al suo mecenate per sciogliere un voto fatto quattro anni prima.
Nel 1436 la peste, il flagello di quei tempi, aveva infuriato in tutto il ducato e ad Acquacanina aveva colto un fiore delizioso di quelle montagne, la figlia giovinetta di Ser Arcangelus. Nulla aveva potuto la scienza contro il morbo ed ora giaceva esanime nella sua stanza, abbandonata da -tutti, ed in attesa di una ben triste fine: la fine degli appestati. I cadaveri di questi venivano infatti gettati in fosse comuni, lontane dall'abitato e su di esse la carità cristiana, passato il morbo, erigeva una croce od una memoria del flagello. Se la figlia di ser Arcangelus non avesse dimorato nel castello e se il padre non fosse stato un uomo influente avrebbe certamente subito la stessa sorte degli altri appestati; senonché egli riuscì a tumulare provvisoriamente la salma nella chiesetta di S. Margherita e fece voto solenne a Dio, alla Madonna, ai Santi che, passata la moria, avrebbe dato degna sepoltura alla figlia ed avrebbe fatto affrescare le pareti della chiesa dove era stata provvisoriamente inumata.
Quattro anni dopo egli trasportò la salma della giovinetta nella vicina Badia di Rio Sacro, " acciocché la sua anima potesse riposare in pace " e nell'agosto di quello stesso anno il Di Giovanni portava a termine le pitture murali che ancora oggi attestano la sua valentia e lo ascrivono fra i migliori artisti del suo tempo.
Quante volte nel mio peregrinare estivo ho raggiunto il vecchio forte ed ho ricostruito, con la fantasia, i fatti di 530 anni fa. Dalla porta a volta del castello Varano ho visto entrare ed uscire la giovinetta, alla quale era riservata una così triste morte ed in pari tempo una immortalità nel cielo dell'arte. L'ho vista affacciarsi alle feritoie della fortezza ed ai torrioni per ammirare l'ansa che forma il Fiastrone che scorre nella strettoia ai piedi del promontorio. Era felice. La destava al mattino il cicaleccio delle acque sorgive dei Trocchi. Cullavano i suoi sogni le acque del fiume. I suoi occhi ingenui di fanciulla avevano seguito il volo delle aquile librarsi sui Sibillini, bianchi di neve. Il suo sguardo si rivolgeva sovente verso le colline moreniche di Fiastra, per sognare la città dove i Varano tenevano splendida corte nel loro palazzo ducale e dove davano splendide feste, alle quali ella avrà partecipato, in grazia dell'impiego paterno.
Poi la morte era venuta a ghermirla nel fiore degli anni. Su quella tomba vuota un pittore riprodusse figure di cielo ed a lode di Dio, scrisse la memoria.
Dormi in pace, piccola castellana di Acquacanina il cui profumo di giovinezza e di bellezza è giunto fino a noi sulle ali dell'arte. Il silenzio, il grande silenzio dei monti di Vallecanto aleggia intorno a te.
Vallecanto! L'armonia non è solo nel nome è nelle cose! Il fiume canta nel fondo della Valle, rompendo le sue acque contro il promontorio sul quale sorge il castello. E' un canto che a volte sa di tempesta e di distruzione. Un canto che nel silenzio dei monti è come il suono di mille voci.
Una sorgente limpida, i Trocchi, zampilla e forma un ruscello che, chiacchierino, va a trovare il fiume. Le acque veramente cantano a Vallecanto!
I Sibillini sono lì a due passi, basta allungare una mano per toccarli.

ACQUACANINA OGGI

Abbiamo già visto che Acquacanina, finita la signoria dei da Varano, passò sotto la Delegazione Apostolica di Camerino.
Nella " Tavola et ordine dei pagamenti da farsi ciascun anno dal Sig. Horatio Falconetti per conto della Reverenda Camera Apostolica dei denari del Censo et affitto della Thesoreria de Camerino ", tesoreria appaltata dal sullodato signore, per nove
anni, come da istromento rogato per gli atti del Fonza, notaro di Camera, il giorno 30 marzo 1626, troviamo che la Comunità,. di Acquacanina " per causa di pascoli e non altro " percepiva scudi 27 e mezzo annui, mentre l'abbate di Rio Sacro " per causa come sopra ", ne percepiva undici52.
E poiché siamo in argomento di sovvenzioni sarà interessante sapere che il Sig. Governatore della Città di Camerino percepiva uno stipendio di sessanta scudi, mentre il podestà della città ne aveva stanziati solo venti. Il Barigello (sic), e tutti sanno chi fosse il Bargello in quei tempi, percepiva 320 scudi, con l'obbligo però di tenere il solito " numero di sbirri da fargli la rassegna ogni mese ".
Un secolo dopo, sempre a proposito di pascoli, il nostro paese torna a far parlare di sé. Nell'Archivio Comunale esiste un atto del notaio Felice Milani " notarius publicus de Aquacanina ". Da esso rileviamo che le nostre montagne potevano nutrire non solo il bestiame locale, ma ospitavano quello transumante dalle Maremme. In esso Onorato Pucci e Francesco Bosi " testificano per la verità che gli bestiami che vengono da Maremma, grossi e minuti, possono andare a pascere sulle dogane e pascoli di Rio Sacro, montagna di questa nostra comunità, le minute poi. dopo San Giovanni di giugno, possono andare a pascere sulla montagna di Col di Mezzo, posta in essa montagna di Rio Sacro; le bestie cavalline poi, dopo il 10 luglio di ciascun anno, vanno a pascere sulla montagna di Ragnolo etc. e ciò non ostante tanto sulla montagna di Ragnolo che di Rio Sacro ogni anno avanza erba ".
L'atto di cui sopra porta la data del 18 settembre 1790. Dovevano essere abbondanti quei pascoli se si sentiva il bisogno di dichiararlo in un atto pubblico! E chi scrive rammenta, ancora bambino, le lunghe teorie del bestiame transumante, che risalivano la nostra valle alla ricerca dei pascoli montani, ingombrare le strade per giorni e giorni di seguito.
Il titolo di abbate di S. Maria di Rio Sacro è oggi devoluto al parroco di Acquacanina. Della antica Badia non ci resta che il magnifico e miracoloso Crocifisso, il SS. Salvatore ed i cadenti ruderi sotto il M. Rotondo, nella valle che vide all'opera i primi seguaci di San Benedetto.
La millenaria chiesa di Meriggio, erede di tanta gloria, è stata restaurata e qui dobbiamo un plauso alla tenacia dell'attuale abbate di Rio Sacro, don Francesco Francesconi, il quale ha consacrato la sua vita a ridare lustro alla nostra Badia.
La vecchia chiesa, sentiva veramente il peso dei suoi dieci secoli di vita. Il tetto, dalle vecchie e basse travi di legno, minacciava di crollare e da ogni parte minacciava la rovina e l'usura del tempo. Dopo i lavori di restauro, la navata ha acquistato maggiore snellezza, i muri perimetrali sono stati rialzati e, tutt'intorno alle pareti, sono stati aperti dei finestrini ovali, che rendono più luminoso il tempio. La vecchia cantoria in legno è sparita e quindi la navata ha acquistato maggior profondità. L'abside è stata corretta e rimessa a nuovo, la sua linea, nella sua semplicità, dà un nuovo tono alla chiesa. Un magnifico altare in marmo ha sostituito quello ligneo. Sull'altare è stata rimessa una bellissima statua seduta della Madonna con Bambino, in legno policromo anch'essa del XV secolo, la chiesa infatti è consacrata a Maria Assunta. Fra le opere d'arte, ch'essa mostra al turista, v'è una tavola sulla quale sono dipinti i misteri del rosario, attribuita a Nobile da Lucca e risalente allo stesso secolo, mentre l'altare del suffragio, sfavillante nel suo oro zecchino, si arricchisce anch'esso di una magnifica Madonna, attribuita al Maratta o alla sua scuola. Le due cappelle laterali rimaste, sono state sfrontate dalle super decorazioni che le appesantivano e pavimentate con marmi policromi. La Badia, così ringiovanita, si appresta a vivere il suo secondo millennio.
Ma il gioiello più duro di questa nostra bella e millenaria Badia, erede della più antica chiesa della Valle del Rio, è la cripta, che recenti restauri hanno riportato alla luce. Essa si apre sotto l'abside centrale, con tre piccole navette, un vero modello di architettura romanica, tutta colonne e pilastrini, tutta lavorata in pietra spugna.
Vi si accede e cormo evangelii, dalla navata centrale del tempio, per una scala ampia e comoda, protetta da una balaustra in ferro battuto veramente preziosa. Riceve la luce da una finestrella, sotto la quale è stato eretto un altare monolitico, ricavato da una grande lastra di pietra locale, poggiata su di un unico pilastro. L'armoniosa proporzione dell'insieme forma della cripta un tempietto, dove non è possibile non raccogliersi in preghiera.
A fianco di essa hanno, riposato per lunghi secoli non solo i monaci di Rio Sacro, ma tutti i morti della Vallata, le cui ossa, composte ora nell'ossario del vicino cimitero, hanno vissuto a fianco dei figli viventi la vita religiosa del piccolo centro montano. Nel silenzio, nella quiete assoluta dei monti, nella risorta cripta benedettina par di udire ancora salmeggiare le schiere di frati che si rimandavano a vicenda le lodi del Signore! Cantate Domino, canticum novum, cantate Domino omnis terra.
E' ci sia permesso di parlare di un'altra opera che ha aperto la Valle al turismo: la nuova strada che da Polverina, dove si innesta alla SS. 77, sale comoda, larga, asfaltata, direi aerea, sino alla capanna Lorenzetti a 1300 metri, portando sul suo passaggio la vita, la modernità ai comuni dell'Alto Fiastrone, fino a ieri isolati nelle loro strade inservibili.

IL LAGO DEL FIASTRONE

Anche l'uomo a volte riesce ad abbellire il paesaggio. E' proprio il caso dell'invaso del lago artificiale sul Fiastrone, lungo circa quattro chilometri. L'acqua ha colmato la strettoia fra gli opposti monti ed è salita fino a quota 650. Un ponte riunisce le due rive del fiume, non ancora diventato lago e permette di passare all'altra sponda.
Un tempo, il paese era in basso; quando le acque del lago scendono è possibile vedere i ruderi dell'antico ponte e le casette scheletrite della vecchia frazione di Fiume.
Parecchie volte ho sostato sul vecchio ponte ed ho rivisto le case e gli operosi abitanti di allora.
All'ora della posta, ho rivisto Bruciaferro ed il suo mulo fermi davanti allo spaccio della " sora Zaira ".
Bruciaferro! Tutta un'epoca è scomparsa con lui! Portava la posta da Fiastra a Bolognola ed il suo mulo conosceva a menadito tutte le osterie, che incontrava lungo la strada e dove il suo padrone era solito fermarsi.
Gioviale, sempre sorridente! Solo il mulo lo faceva uscire dai gangheri, perché il mulo di Bruciaferro non era un mulo come tutti gli altri, aveva le sue abitudini, che, volente o nolente, bisognava rispettare. Non per niente era un mulo ... letterato! Quando si fermava lungo le erte salite non c'era verso di smuoverlo. La sua sonagliera era come un richiamo, molto di più della tromba, che il postiglione suonava all'avvicinarsi di ogni contrada.
L'automobile lo soppiantò, ma non riuscì mai a sostituirlo!
Il lago è oggi mèta di pescatori o sedicenti tali. E' facile vedere il sabato e la domenica automobili ferme lungo il fiume o sui bordi del lago. E' facile vedere i proprietari degli automezzi intenti a pescare; e trote, lucci e carpe fanno la delizia delle mense cittadine.
La trota del Fiastrone è veramente deliziosa, in modo speciale se pescata nelle acque del torrente.
Durante l'estate, sulla piccola spiaggia di San Lorenzo al Lago, i villeggianti si crogiuolano al sole e si bagnano nelle acque fresche del lago. Una strada, la strada che conduce a Pian di Pieca ed a Sarnano, costeggia le rive del lago fino alla imponente diga, gettata fra i due opposti monti, poi sale sul ripido pendio, da dove la valle del basso Fiastrone si mostra in tutta la sua " orrida " bellezza. Per essa si può ripetere quello che il Lippi-Boncampi (i Monti Sibillini) diceva dell'Infernaccio ... " una meraviglia orrenda ed al contempo sublime nella sua grandiosità paurosa " e la stessa cosa si deve ripetere per la bella strada provinciale che s'inoltra nella valle dell'Alto Fiastrone e che raggiunge la capanna Lorenzetti a 1300 m. sul mare. Lassù, nel silenzio dei monti, nell'armonia naturale dei colori che si susseguono e che cambiano a seconda delle ore del giorno, sta sorgendo un nuovo centro sportivo e residenziale: il villaggio del Sassotetto. Di lassù si domina per lungo tratto la Marca sino al mare Adriatico. E' uno spettacolo superbo e veramente unico in ogni stagione: d'estate gli Altipiani sono popolati da centinaia e centinaia di turisti che salgono incessantemente verso Trocca, verso il Bagnolo, verso il Pizzo di Meta, verso il Sassotetto; d'inverno la bianca coltre di neve è solcata da centinaia e centinaia di sciatori dai variopinti maglioni. Ed Acquacanina, a 750 metri di altitudine, è il miglior trampolino per raggiungere in poco meno di un quarto d'ora d'auto, in ogni stagione le località di cui parliamo.
Quindi il lago del Fiastrone tende la mano ai monti che lo sovrastano e che si specchiano civettuoli nelle sue acque azzurrine.

IL BALZO DELL'AQUILA

Il Balzo dell'Aquila è una liscia parete di pietra incastrata fra i monti. Vista dal basso sembra un enorme dado. Deve il suo nome al fatto che le aquile, le poche rimaste sui Sibillini, vi andavano a nidificare. Per il resto, il nome ben -si addice alla rupe rocciosa, che, anche senza quel nome ufficiale, sembra proprio un nido di aquile. Una mèta meravigliosa per i rocciatori, ma credo che nessuno abbia ancora tentato la scalata del Balzo dell'Aquila.
Sovente, il sempre più raro rapace si vede planare sulla Valle, in cerca di preda. Scaramuccia, la più alta frazione di Acquacanina ne subiva i danni: le sue galline sparivano fra gli artigli dei voraci aquilotti.
Alcuni giovani decisero di catturare il volatile ladrone, in occasione di una delle sue scorrerie. Detto fatto, armarono una trappola ed attesero. L'aquilotto non mancò all'appuntamento, che naturalmente fu l'ultimo di una lunga serie. Ben presto si trovò ingabbiato ed issato sul tetto di una automobile, che corse veloce verso Roma. Non è forse Roma la patria delle aquile? Qui, con una semplice cerimonia, che fu trasmessa anche per televisione, fu regalato al sindaco della città eterna. Il sindaco lo accolse benevolmente, in fondo veniva dalla sua terra.
Poi andò ad abitare, alle falde del Campidoglio, ai piedi della Rupe Tarpea, in un ampio gabbione dove fa bella mostra di sé e dove è assurto a simbolo, come la lupa.
Sovente sono andato a trovare l'aquilotto dei Sibillini. Stava avvinghiato al suo trespolo, con la stessa dignità d'un re sul suo trono. Sembrava concedere udienza ai numerosi visitatori domenicali che sostavano al di qua del gabbione di ferro, che gli serve da reggia, alle falde della Rupe Scellerata.
Chissà quante volte il misterioso re dei volatili avrà spinto il suo occhio grifagno al di là delle sbarre ed avrà cercato nel cielo azzurro di Roma l'invisibile via che potrebbe riportarlo ai suoi monti naturali, al suo balzo, da dove soleva librarsi, libera creatura di Dio, verso il sole!?
Gli uomini però hanno bisogno di miti e Roma ha voluto eternare la sua lupa e le sue aquile nelle due gabbie ai piedi del luminoso Campidoglio.

RISVEGLIO

Il nostro Appennino, i nostri " azzurri monti " come li ha chiamati giustamente il Leopardi, i nostri " pelati monti " come li chiamò un lettore dell'Appennino Camerte, in polemica con noi, stanno in attesa di un grande risveglio.
La Sibilla sta per svegliarsi. Si sono arrampicati sino alla sua grotta, vi hanno iniziato gli scavi, poi tutto si è fermato, non perché le potenze demoniache vi abbiano messo il loro zampino, ma per mancanza di fondi. Noi siamo grati al prof. Fernand Desonay, il quale circonda di tanto amore le nostre montagne, ma è lo Stato, la Regione che si devono muover. Auguriamoci dunque che suoni l'ora della Sibilla Appenninica, o Deifoba o Italica o Cimmeria che si voglia chiamare, come è accaduto alla sua sorella Cumana, le cui grotte sono state esplorate.
Questi monti, queste Valli hanno ancora molto da dire nella loro intatta verginità. Il cielo vi è temperato e nei mesi caldi vi si gode un clima primaverile. Le gole sono selvagge e profonde; le rupi, a volta, strapiombano e consentono appena il passaggio ad una strada. L'inverno, le montagne sono coperte di neve, così gli altipiani. Qui ci piace ricordare, per gli appassionati degli sport invernali, i campi sciatori di Sassotetto, di Bolognola, di Sarnano. E che dire delle cento escursioni estive in una zona dove è possibile raggiungere in auto i 1800 metri per poi proseguire in un paesaggio d'incanto: Pizzo Berro, Sassotetto, Pizzo di Meta? Da Bolognola con alcune ore di carme. no è possibile raggiungere M. Rotondo a 2103 metri sul mare, Pizzo Tre Vescovi a m. 2092, il Pizzo della Regina a m. 2334. Dal Monte Rotondo si domina Ussita, Visso e l'altipiano di Macereto e lo sguardo spazia sino al mare. A Macereto è il celebre Santuario alla Madonna, un maestoso edificio di grande pregio architettonico, attribuito alla scuola del Bramante.
A proposito di Santuari diremo che Loreto è a due passi dalle nostre Valli, così S. Nicola da Tolentino con il suo Cappellone, così la Madonna dell'Ambro, nella Valle omonima. Non parliamo poi delle città e cittadine marchigiane, da Macerata e Camerino, che sono a portata di mano. Le strade sono buone. Una fitta rete di autolinee le percorre in ogni senso. E viene a proposito il dire che la nostra Regione ha la più perfetta, la più efficiente e la più lunga rete di autolinee di tutta Italia. Vanto questo da non attribuirsi allo Stato, ma all'iniziativa privata.
Se volessimo intraprendere un viaggio attraverso le nostre Marche alla ricerca di specialità culinarie, potremmo invitare Mario Soldati a compilare un altro volume. Ci basti citare, nelle località di mare, il famoso brodetto; sui nostri monti i vincisgrassi, la frustenga, gli scroccafusi ed a Camerino il dolce torrone biondo celebre in tutta Italia.
E la gentilezza dei nostri montanari, la loro squisita ospitalità non conta forse nulla?Vale certamente i loro cibi frugali. Il loro linguaggio è rude, è fatto di poche parole, espresse in quel loro dialetto umbro-marchigiano che si parla, con inflessioni diverse in tutta la Marca Camerinese.
Ricordo le volte che li ho sentiti cantare " a batocco " come dicono loro, curvi nella mietitura del grano. Cantavano gli uomini:

Fiore de prato
lu pratu è bellu quanno c'ha fiorito 
l'amore è bellu quanno va cambiato.

e le donne di rimando:
Fiore de menta,
la menta, bello mia, non se trapianta 
chi 'rresce de stu core non ce 'rrentra.

E le tradizioni secolari? La campana della civica torre, che chiama a scuola i ragazzi, mi fa ricordare alcuni versi del poeta vernacolo acquacaninese Angelo Baglioni:

Veloce ogni bambina ass'incammina 
vanno a imparà da lei la via lontana,
son pronte sempre a andar sera e mattina
contente quanno sona la campana.

La stessa campana chiama " a consiglio " gli assessori di oggi, come chiamava ieri i maggiorenti del paese; li chiama nelle ore in cui la solidarietà umana è legge suprema, li chiama nei giorni della gioia.
In molte case, dalle stanze annerite dal tempo, accanto alla porta principale, troverete, a volte, una porticina, questa si apriva esclusivamente per lasciar passare la sposa al suo primo ingresso nella nuova casa. E' generalmente conosciuta come la porta del morto o più precisamente la porta della sposa. Una volta che la novella sposa aveva varcata la porta, aperta appositamente per essa, l'uscio veniva nuovamente murato e riaperto soltanto per farvi uscire la bara della sposa defunta. Fra un velo bianco ed una gramaglie, una vita intera era trascorsa. Non saprei cosa immaginare di più poetico di tale usanza, ormai andata in disuso. Sono rimasti gli usci murati a testimonianza di un rito veramente bello e commovente.
Ho citato sopra alcuni versi. Val forse la pena di parlarne più a lungo. Un secolo fa Acquacanina ebbe il suo poeta pastore. Ho scoperto un suo poemetto fra vecchie ed ingiallite carte nella mia casa paterna. Lui stesso ha intitolato le 48 stanze come segue: " Loda di molte belle ragazze di Acquacanina fatta da un pastore ". Il nome del nostro lo troviamo alla 44.ma stanza, che così suona:

la penna in breve alla tasca rimetto 
e il nome mio lo scrivo qui di sotto: 
son Angelo Baglioni il giovanetto.

Nella mia lontana infanzia ricordo un vecchio cieco passare per la strada che da Piedicolle porta alla Chiesetta del Vallone, aveva in mano un bastone e con esso si guidava. Era il nostro poeta. Come Omero - si licet parva... con quel che segue - anche Baglioni era cieco. Nel leggere la sua Lauda ho dedotto che egli era un autodidatta e che i maggiori poeti italiani gli erano familiari. Alcuni versi scorrono limpidi, come vena sorgiva, gli errori di ortografia abbondano, come pure le locuzioni dialettali. Egli inizia con una invocazione alla Musa del pastore, la sua musa è Ovicina (ovis = pecora): " mia valorosa musa,
oggi Ovicina ". Aiutato dalla sua ninfa egli canta le bellezze muliebri della sua patria:

Costanza, Michelina, Annettarella, 
Chiara, Lucia, Adelma gioiosa 
Nina, Giuditta e Veneranda bella.

E così di seguito per due intere stanze. Sono più di 34 i nomi di donne che egli mette insieme! E' un bel primato.
Il poeta pastore, che non aveva conosciuto scuole, è tutto preso dalla giovane maestrina di Acquacanina, che appena ventenne aveva ottenuto l'insegnamento nel piccolo paese montano, insegnamento che poi tenne per ben 44 anni.
Egli la canta in versi ingenui:

Luisa, Elena, Antonia, Marietta, 
Marinangioli Elvira eguale al sole.

E più sotto:

Viva la bella Elvira oggi risuona 
per tutta Acquacanina a voce piano 
dal cielo in terra credo sia venuta 
di maniere gentili e assai garbate.

e così di seguito per tre o quattro stanze. Le rime del poeta però non erano proprio disinteressate. Sentitelo come chiede un compenso al suo canto:

e con questo mio dire dolge e ameno 
spero un giorno da voi di avere un dono, 
giacché ho disciolto alle mie rime il fieno
*****
dunque voi sovvinite il poveretto 
con una camigiola o un fazzoletto.

Il poeta della bellezza muliebre acquacaninese si contentava di poco: una camicia, un fazzoletto, per aver disciolto alle sue rime il fieno. E alludeva certamente all'odoroso fieno dei nostri prati. 
Ed anche qui il nostro illetterato poeta è nella più perfetta tradizione classica. Si pensi ai frammenti lirici del poeta greco Ipponatte: " Regala ad Ipponatte un gabbanuccio ed un mantello ecc... " così il greco pregava il figlio di Maia, con la sola differenza che il nostro vate si accontentava di una camicia o di un fazzoletto mentre il greco chiedeva mantelli, stivali, pantofole (vedi, Poeti lirici tradotti da Ettore Romagnoli, Zanichelli, Bologna, 1963).
Chiuderò questa breve scorribanda, con le stesse parole con cui D. Falzetti parla dei Monti Sibillini e dei Paesi circostanti: " Se queste pagine sono riuscite a stimolare nell'animo del lettore il desiderio di conoscere da vicino i luoghi permeati da questa affascinante leggenda, si rechi egli nella meravigliosa plaga dei monti Sibillini a visitar villaggi e uomini ricchi di tradizioni e di storia ".

COMMIATO

Per il resto noi pensiamo che Acquacanina, al tempo dei suoi monaci, conobbe più prosperità di oggi. La sua popolazione fu certamente più numerosa. Oggi sono quasi più numerose le case disabitate che quelle abitate. L'urbanesimo convince molti montanari a lasciare la casa dove sono nati e quasi tutti lo fanno a malincuore, poiché tutti hanno nell'animo radicato l'amore per la loro terra. Il piccolo comune montano ha bisogno di tutto. Sarebbe necessario un nuovo esodo benedettino che aprisse un nuova era. Ma gli uomini di oggi non hanno più il coraggio dei primi monaci della Badia di Rio Sacro e soprattutto non ne hanno la fede, quella fede, che, secondo le parole del Vangelo, smuove le montagne.
C'è solo da augurarsi che il risveglio della nostra Valle venga dalle correnti turistiche, che cominciano ad apprezzare la nostra bella plaga appenninica. I Sibillini sono stati chiamati la Svizzera Picena. Infatti le gole, le vette, le vallate, i piccoli laghi di questa nostra terra, nulla hanno da invidiare ai decantati paesaggi svizzeri. Tutta la zona, dal Vettore al lago di Fiastra, si sta svegliando e le strade già si inerpicano sulle montagne, le sciovie sorgono per gli sport invernali. Ed è giusto che sia così, la bellezza prima o poi finisce con l'imporsi.
E' una nuova bonifica che sta nascendo e sarebbe anche giusto che essa si iniziasse sotto lo sguardo del più grande bonificatore di tutti i secoli: San Benedetto! " E' fra le braccia di quel monaco che l'Italia vagì, dalle sue labbra salmeggianti accolse il mistero della vecchia civiltà latina. Fanciulla, lo accompagna nella fatica divina dei campi. Attenta, lo ascoltava salmeggiare, la notte, nella Casa di Dio ed imparava la vita nel lavoro dei suoi monaci.
Addossò alle mura delle Sante Badie la capanna dei suoi coloni e con l'incenso dei monastici altari, confluì al Signore il fumo del domestico focolare53 ".

APPENDICE

Diamo di seguito il testo latino della Bolla di Celestino III, Quoties a nobis:

Celestinus Episcopus, servus servorum Dei, dilectis Filiis Petro, abbati monasterii S. Salvatoris Riguli Sacri eiusque Fratribus tam presentibus quam futuris regularem vitam professis in perpetuum.
Quoties a nobis petitur quod religioni et honestati convenire dinoscitur, animo nos decet libanti concedere et petentium dasideriis congruum suffragium ianpertiri.
Ea propter, Dilecti in Domino Filii, vestris justis postubationibus annuimus clementer et prefatum monasterium Sancti Salvatoris Riguli Sacri, in quo divino mancipati estis obsequio, sub Beati Petri et Nostra protactione suscipimus et presentis scripti privilegio communimus. In primis siquidem statuentes ut ordo monastious, qui secundum Deum et Beati Benedicti regulam in eodem monasterio institutus esse dinoscitur perpetuis ibidem temporibus, inviolabiliter observetur. Preterea quascumque possessiones, quecumque bona idem monasterium impresentias juste et canonica possidet, aut in futurum, concessione Pontificum, largitione Regum vel Principum, oblatione fidelium, seu aliis justis modis, prestante Domino poterit adipisci, firma vobis vestrisque successoribus et inlibata permanaant. In quibus hec propriis duximus exprimenda vocabulis: locum ipsum in quo prefatum monasterium situm est cum omnibus pertinentiis suis,
Capellam S. Marie de Merigu cum possessionibus et pertinentiis suis, Capellam S. Angeli de Campicino, cum possessionibus et pertinentiis suis,
Capellam S. Crucis de Cupis cum possessionibus et pertinentiis suis, Capellam S. Angeli de Sancto Ginesio cum possessionibus et pertinentiis suis,
Quidquid juris habetis in Ecclasia S. Lucie de Recanati,
Ecclesia S. Jacobi de Macerata cum possessionibus et pertinentiis suis, Tres mansos in Villa Bolonie et tres mansos in Castro Aquacanine, Quidquid juris habatis in ecclesia S. Lucie de S. Genesio,
Capellam S. Petri de Castello Mainardi cum possessionibus et pertinentiis suis,
Campum de Campicino cum pertinentiis suis,
Mansum de Lamandine cum pertinentiis suis,
Mansum de Petro actum bonacti cum pertinentiis suis. Possessiones omnes terrarum que sunt in montibus Prete Late,
Collemundi. Vallis de Sibla. Fani montanarii. Et plage de Vicciole cum silvis et pertinentiis suis.
Sane novalium virorum que propriis manibus aut sumptibus colitis, sive de nutrirmentis animalium vestrorum, nullus a vobis decimas exigere vel extorquere presumat.
Liceat quoque vobis clericos vel laicos liberos et absolutos a seculo fugientes, ad conversionem recipere et eos absque contradictione aliqua retinere.
Prohibemus insuper ut nulli fratrum vestrorum, post factam in loco vestro, professionem, fas sit absque abbatis sui licentia, nisi artioris religionis obstentu, de eodem loco discedere. Discedentium vero absque communium litterarum citatione nullus audeat retinere.
Cum autem generale interdictum terre fuerit, lceat vobis, clausis januis, exclusis excomunicatis, non pulsatis campanis, suppressa voce divina officia celebrare. Seppulturam quoque vestri loci liberam esse decernimus ut eorum devotioni et extreme voluntati qui se illic sepellire deliberaverint, nisi forte excomunicati vel interdicti sint, nullus bbsistat, salva tamen justitia illarum ecclesiarum a quibus mortuorum corpora assumuntur.
Obbeunte vero te, nunc eiusdem loci abbate, vel tuorum quolibet successorum, nullus ibi qualibet surrectionis astutia seu violentia preponatur, nisi quem fratres, communi consensu, vel fratrum pars consilii sanioris, secundum Dei timor= et Beati Benedicti Regulam, providerint eligendum.
Decernimus ergo ut nulli omnino hominum fas sit prefatum monasterium temere, perturbare aut eius possessiones auferre, vel oblatas retinere, minuere seu quibuslibet vexactionibus fatigare, sed omnia integra conserventur eorum pro quorum gubernio ac substentatione concessa sunt usibus omnimodis profutura, salva sedis apostolice auctoritate et Diocesani Episcopi canonica iustitia.
Ad inditium autem quod idem monasterium sub Beati Petri et Nostra protectione consistat, duos solidos Lucen. monete, annis singulis, nobis nostrisque successoribus persolvetis.
Si qua igitur in futurum, ecclesiastica secularis persona, hanc nostre constitutionis paginam, sciens, contra eam temere venire temiptaverit, secundo tertiove commonita nisi reatum suum congrua satisfactione correxerit, potestatis, honorisve sui dignitate careat, reamque se divino judicio existere de perpetrata iniquitate cognoscat et a sacratissimo Corpore ac Sanguine Dei et Domini Redemptoris Nostri Jesu Christi aliena, fiat, atque in extremo examine divine ultioni subjaceat. Cunctis autem eodem loco sua jura servantibus sit pax Domini Nostri Jesu Christi quatenus et hic fructum bone actionis recipiant et apud Districtum Judicem premia eternae pacis inveniat. Amen, Amen.
+ Ego Celestinus, catholice Ecclesie P. P.
Ego Albinus, Albanensis Episcopus.
Ego Johannes, Prenestinus Episcopus.
Ego Pandulfus, bas. XII Ap. Presb. Card.
Ego Melior, Sanctorum Johannis et Pauli Presb. Card. tt. Pamachii. 
Ego Johannes, tt. Sci Clementis Card. Tuscul. Episc. 
Esso Romanus, tt. Sci Anastasie Presb. Card. 
Ego Johannes, tt. Sci Stephani in Celio Monte Presb. Card. 
Ego Gratianus, SS. Cosme et Damiani Diac. Card. Ego Girardus, Sci Andriani Diac. Card.
Ego Gregorius, Sci Marie in Aquiro, Diac. Card. Ego Lotarius, SS. Sergii et Bachi, Diac. Card.
Ego Nicolaus, Sce Marie in Cosmedin Diac. Card.
Datum Laterani per manus Egidii Sci Nicolai in Carcere Tulliano Diac. Card. 4 Id. Maii, Indictione Decima, Incarnationis dominice anno MCXCII,
Pontificatus vero Dni Celestini P. P. III, anno secundo. 
Loco + Signi.
Et ego Paulus Lippi de Flastra, districtus Civ. Cam., Imperiali Auctoritate notarius, predictum exemplum etc. transcripsi etc. et una cum provido viro Ser Rodulfo Bartholomei de Castro Flastre, not. pub. rog. de subscribendo se huic exemplo etc. auscultavi coram Venerabili Viro Dno Francisco, Canonico Maioris Camerini Eclesie Vie. Gen. Rev. in Xsto Patris et Dni Benedicti, Decretorum doctoris, miseratione divina et ap. Sedis Gratia cam. Ep. pro tribunali sedente ad suum solitum bancum juris, exist, in palatio Cam. Ep. in Civ. Cam. juxta vias et juxta Vann. Leopardi et alios fines et quia concordari inveni et in publicam formam redegi sub anno Dni 1387, Ind. Decima etc. Dni Urbani etc. P. P. VI, die XXII mensis augusti in sopradicto loco presentibus pred. ser Rodulfo, ser Deutesalve Bonaventure de Fabriano; Dno Johanne Puctii canonico eccl. J. Jacobi et Dno Nunctio Branche, can. Eccl. S. Venantii de Cam. testibus.

Dal Camerinum Sacrum di Ottavio Turchi (Roma 1762 De Rubeis, pag. 269) riportiamo il testo integrale latino (di cui ci siamo serviti nella nostra esposizione) dedicato al Cenobio acquacaninese di Rio Sacro:

Illius Cenobii vix nomen profert Lilius in Historia sua (Part. II lib. III, pag. 108). Illud recolit Lubinius in Notitia Brevis Abbatiarum Italicarum, ed. Romae anno 1693 pag. 325, sic: Abbatia Titulo Sanctae Mariae de Rivo Sacro, Ord Scti Benedicti, dioecesis camerinensis, de ea Codex Taxarum Camerae Apostolicae. In Codice Taxarum D. Passionei additur: rive de Aqua - Cumina.
Rio Sacro et Aqua Cumina vici ad invicem 1000 passuum dissiti ad fon tes torrentis Fiastra in Piceno, sive Marchia Anconitana, Novem circiter millibus passuum Camerino distantes, orientem hiemalem versus. Erat etiam sub titulo Sci Salvatoris, ut legitur in veteris Codici Taxae Cameralis. De hoc insigni Cenobio nonnulla proferam ad nostri operis ornamentum et monasticae historiae splendorem, quae, studio Comitis Paridis Pallotta Maceratemsis patritii, viri clarissimi et a Josepho Faricellio, hodie monasterii Rivuli Sacri Abbate Commendatario et Aque Caninae populi rectore, humaniter accepi.
Situm erat hoc ascetorium, cuius reliquiae vix hodie supersunt, ad radices Montis Vallefibbia dicti, ad orientem Castri Bononiole (vulgo Bolognola) ad occidentem montis Vallefibbia, in agro Castri Flastrae (vulgo Fiastra) oppidi Visso finitimi.
Ad austrum castrum ipsum Aquae Caninae habuit in quo monachi dominabantur. Die autem 20 movembris anni 1349, homines Aquae Caninae, subiectionem redemerunt soluta monachis quadam pecuniarum parte; idque patet documento in Archivio illius Castri servato, quod nos legimus. Insuper apud monachos fuit huius castri sacerdotium.
Cenobium ab Aqua Canina bis mille et 500 passuum, a Piastra tria millia passuum aberat. Ad meridiem habuit momtes, unde rivulus ille fluit, prope monasterium excurrens, cui Sacri momen adhaesit. Forte quia in illius Cenobii tempio summa prosequebatur religione S. S. Salvatoris Cruci affixi simulacrum, illi simillimum in Basilica Sancti Pauli extra moenia Urbis culto, quod tempio nomem dedit rivulo illi totique valli Sacri nomen est attributum. Hoc venerabile monumentum, miraculis in dies insigne, servatur hodie et peculiari cultu honoratur in abbatiali Ecclesia Aquae Caninae.
Monachi, illud cemobium incolentes ordimis fuerumt S. Benedicti et ab horrido recessu et solitaria regione ubi illud conditum est, conicere possumus illud fuisse a monachis fundatum antiquissimae benedectinae regulae sectatoribus. Forsam etiam a S. Romualdo, suis monitis, vel instructum vel reformatum.
Stetit hoc cenobium cum monachis ad medium circiter XV secultium. Certe anno 1440 ex schedis illius momasterii florebat adhuc illudque regebat Dominus abbas ... Mazzutellius, Sindicus erat fr. Symon Machelottus, ambo nobiles cives camerinenses.
Anno vero 1500 Fabritius Varanus, episcopus moster, ibi praesidebat Abbas Commendatarius, et forte fuit primus.
Corruit exinde monesterium et templum et abbatialis et parochialis ecclesia fuit tramslata ad Sanctae Mariae de Merigu, (vulgo del Meriggio).

Dall'atto notarile della privata scrittura, intercorsa fra i soci il 21 agosto 1853, redatto dal notaro Bernardino Valentini del fu Luigi di Acquacanina il giorno 10 dic. 1853 sotto il Pontificato di Pio IX, nell'ottavo anno del suo regno, e correndo la XI Romana Indizione, trascriviamo i nomi dei capi famiglia che, a proprie spese, riscattarono la Montagna di Rio Sacro:

Io Vincenzo Ansovini associo come sopra.
Io Francesco De Sanctis associo come sopra.
Feliziano Gennari
Camillo Marinangeli
Io Antonio Puccini
Io Luigi Scipioni
Croce + di Ansovino Diogeni anche per li suoi nepoti. 
Croce + di Marco Brunetti
Giuseppe Marcelli
Io Francesco Vallentini
Io Giuseppe Petriaggi
Vincenzo Milani
Io Giacomo Palucci
Croce + di Carlantonio Piermattei
Antonio Cocelli
Aldebrando Aleandri
Io Giuseppe Valentini
Io Pacifico Pichelli
Croce + di Giuseppe Manni, illetterato
Croce + di Luigi Piccini, illetterato
Croce + di Giomaria Ricottini, illetterato
Croce + di Pietro Valentini per li diritti di sua consorte e per la quale di rato informa.
Io Francesco Pucci
Croce + di Pietro Ferri
Croce + di Domenico Pierini succeduto a Francesco Marini e per la sua consorte Rosa.
Croce + di Giuseppe Milani
Croce + di Domenico Feroci
Bernanrdino Valentini mi associo come sopra e succeduto nei diritti di Gentile Antonio.
Io Bernardino Transocchi
Croce + di Alessio Venanzi, illetterato
Io Giuseppe Bonfigli per Pasquale mio Padre
Croce + di Antonio Ferri, illetterato
Io Anselmo Bucci
Io Luigi Cagnucci
Croce + di Terzino Silenzi, illetterato
Giovanni Rocchi
Croce + di Marcellini Domenico Giuseppe Michilli
Croce + di Pietrantonio Venanzi, illetterato
Domenico Pascolini
Croce di Francesco Renzi, illetterato
Gregorio Ermini
Luigi Baldi
Luigi Valentini del fu Giovanni 
Io Vincenzo Pasquali Giuseppe Faricelli
Croce + di Pietro Colucci illetterato
Croce + di Domenico Baldi, illetterato
lo Stefano Ascolani
Giuseppe Mariucci
Croce + di Raffaele Carlini illetterato
Croce + di Giovanni Petrosilli illetterato
Croce + di Domenico Pucci, illetterato
Io Domenico Massi
Croce + di Giuseppe Ferri per se e per il defunto fratello Marco.
Io Domenico Tappatani.
Io Angelo Marziali per due parti
Croce + di Giuseppe Cerqua, illetterato
Io Ruffini Ermini
Croce + di Francesco De Cesari, impossibilitato attesa la perdita della vista
Io Angelo Leoni
Io Flavio Milani per la porzione dovutami per mia sorella Teresa.

Questi furono i fondatori dell'attuale Consorzio dei Particolari di Acquacanina, il quale prolunga nei secoli l'enfiteusi benedettina di Rio Sacro.

BIBLIOGRAFIA

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I QUADERNI DELL'APPENNINO CAMERTE
(SERIE "CINQUANTESIMO")

1. A. A. BITTARELLI, Camerino 1969, L. 1.000.
2. Q. DE MARTELLA, Qui se parla cuscì, L. 1:500.
3. G. SPLENDIANI, Tempo che passa, (poesie), L. 500.
4. C. MARINANGELI, La badia dei Sibillini nella valle del Piastrone (Acquacanina fra storia e leggenda), L. 2.000.

INDICE

Un po' di geografia
I Sibillini e le loro leggende
Ecco Acquacanina
Acquacanina o Acqua Cumina?
Oppure Acqualina?
Itinerario piceno
La Badia di Rio Sacro
Le origini
I monaci nella Valle del Fiastrone
Il privilegio di Celestino III 
Splendore di Vita Monastica
L'affrancazione
La Badia cambia nome
Crocifisso di Rio Sacro 
Sotto la signoria dei Varano
Il castello di Vallecanto
La piccola Castellana di Vallecanto
Acquacanina oggi
Il lago del Fiastrone
Il balzo dell'Aquila
Risveglio 
Commiato
Appendice
Bibliografia

Stampato nella Tipografia Savini Mercuri Camerino, novembre 1970

Tratto da "La Badia di Rio Sacro e la valle del Fiastrone Acquacanina fra storia e leggenda" di Claudio Marinangeli.